Anatomia dell’irrequietezza

L’ho riletto forse per la terza o quarta volta. Stavolta in formato ebook su Kindle, ma il confronto con il piacere fisico della lettura che deriva da ogni libro della Biblioteca Adelphi è stato impietoso. Erano forse quindici anni che non lo rileggevo, e per fortuna l’ho continuato a trovare un libro scritto con uno stile piacevole, elegante, seppure il testo come è ovvio per la sua stessa genesi resti una raccolta frammentaria e variegata, con alcune parti noiose ma leggibili e altre ormai famose, come la lettera al suo editore Tom Maschler, dove è contenuta una delle frasi più iconiche di Chatwin:

Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due?

Oppure questa, che mi affascina di più:

L’uomo, umanizzandosi, aveva acquisito insieme alle gambe diritte e al passo aitante un istinto migratorio, l’impulso a varcare lunghe distanze nel corso delle stagioni […] ciò spiegherebbe perché […] nell’intento di ristabilire l’armonia dello stato primigenio, tutti i grandi maestri – Buddha, Lao-tse, san Francesco – abbiano messo al centro del loro messaggio il pellegrinaggio perpetuo, e raccomandato ai loro discepoli, letteralmente, di seguire la Via.

Altre ancora evocative di tempi passati nei quali si facevano le cose con più semplicità e ci si metteva meno problemi a programmare e “organizzarsi”, come questo:

Nel 1949 i tempi duri erano finiti, e una sera mio padre tornò a casa dal lavoro pilotando orgogliosamente un’automobile nuova. L’indomani portò me e mio fratello a fare un giro. Sul ciglio di una scarpata si fermò, additò una fila di monti grigi a ovest e disse: «Andiamo nel Galles». La notte dormimmo in auto, nel Radnorshire, al suono di un torrente montano. Allo spuntar del sole ci trovammo immersi nella rugiada e circondati dalle pecore.

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