E’ successo qualche settimana fa. Era un sabato strano, tra preparativi per il viaggio a Tokyo e un pomeriggio intero a lavorare al computer, a costruire i turni per agosto, leggere le ultime vergognose strumentalizzazioni e semplificazioni sui migranti, gli scambi di mercato NBA, articoli sparsi dal Post. Occhi fritti per la troppa luce dagli schermi del Mac e dell’iPhone. Aria condizionata sempre accesa, a tenere lontano da casa il caldo torrido di quei giorni.
Poco prima di cena, aspettando le ennesime pizze ordinate a domicilio, senza troppa convinzione faccio zapping tra la programmazione di Sky, e trovo in onda la puntata su Yellowstone della serie “I grandi parchi americani”. Bene. Yellowstone era proprio la nostra prima scelta per il viaggio di questa estate, ma già a gennaio era tutto prenotato e abbiamo ripiegato sul Giappone.

Nei primi istanti resto affascinato dalle immagini meravigliose: i bisonti ricoperti di neve, i musi affusolati dei lupi, il nero lucido dei corvi imperiali, il paesaggio primigenio delle montagne e dei boschi. Uno spettacolo unico al mondo. Sogno di andarci un giorno a fare foto. Ma le immagini continuano a scorrere sullo schermo, e il mio stato d’animo muta in un lampo.
Prima scena. Un bisonte partorisce un cucciolo già morto, un branco di lupi se ne accorge e se lo mangia. Non sazi, attaccano la madre indebolita per avere appena partorito. Il bisonte scappa con il cordone ombelicale ancora penzoloni, e riesce a trovare protezione nella mandria che si schiera a cerchio.
Seconda scena. Un lupo trova un cucciolo di wapiti che si è allontanato dalla mandria. Si avvicina di fronte, a due metri da lui. Il wapiti nemmeno accenna la fuga, non fa una mossa. Il lupo si lancia in avanti, lo azzanna al collo e lo uccide, trascinandolo inerme nel pendio innevato.
Terza scena. Un altro bisonte partorisce un cucciolo, sdraiandosi tutto solo tra l’erba e i cespugli. Dopo qualche secondo, visibilmente provato dallo sforzo appena effettuato, il bisonte si rialza e lecca via pezzi di sacco amniotico dal cucciolo. Entro poche ore il cucciolo dovrà essere in grado di camminare e seguire la mandria. Se non ci riuscirà, la sua sorte é segnata
Quarta scena. Un grizzlie trova una carcassa di bisonte mezzo spolpata nella riva di un fiume. Si ferma a mangiarlo. Arriva un altro grizzlie e vuole impadronirsi della carcassa. Si affrontano, e il nuovo arrivato ha la meglio. Spinge il rivale nel fiume, si guardano per un istante negli occhi. Lo sconfitto prende atto dei rapporti di forza, ammette la sconfitta e se ne va.

Ed eccomi catapultato, dal mondo virtuale, nella ritrovata consapevolezza di ciò che è reale. Nella presa di coscienza di quanto la nostra piccola routine quotidiana, le nostre abitudini e immotivate certezze, non siano altro che il frutto di una insensata illusione di invulnerabilità.
Il distacco dalla natura tipico della nostra società ci sta facendo perdere di vista quelle che sono le sue leggi. Immutabili, e non meno vere per il fatto che pensiamo di averle confinate altrove da noi. Natura meravigliosa e spietata. Indifferente all’uomo e a tutti gli altri esseri viventi. Senza preferenze. Senza favoritismi.
Le sue leggi si esplicano, inconsapevoli e indifferenti alle conseguenze. Dovremo ricordarcelo di più. Dovremo ricordarci tutti i giorni che siamo fatti di carne, sangue e ossa. Siamo fragili, e non c’è nessuna certezza. Inutile illudersi. Inutile programmare. Mai perdere questa consapevolezza.
