A ‘ndi fai centu!

Ho iniziato a scrivere questo blog il 7 agosto 2016, ormai venticinque mesi fa. Considerando la mia cronica incostanza nel fare le cose, difficilmente avrei scommesso un soldo bucato sul fatto che sarei riuscito a scrivere 100 articoli (in realtà questo è il centounesimo o giù di lì, ma vabbè).

Agra, India (2004)
© germinazioni

I primi articoli sono stati decisamente più elaborati, hanno comportato un po’ di lavoro di ricerca che mi ha comunque appassionato, poi ho cambiato rotta. Il blog, un po’ per stanchezza, un po’ per mancanza di tempo e di entusiasmo e un po’ perchè non si capiva bene che senso avesse continuare a scriverlo in quel modo troppo impersonale,  è diventato più simile a quello che voleva essere nelle intenzioni iniziali.

Finché ne avrò voglia, continuerò. Abbiate pazienza.

Un illusorio senso di sicurezza

E’ successo qualche settimana fa. Era un sabato strano, tra preparativi per il viaggio a Tokyo e un pomeriggio intero a lavorare al computer, a costruire i turni per agosto, leggere le ultime vergognose strumentalizzazioni e semplificazioni sui migranti, gli scambi di mercato NBA, articoli sparsi dal Post. Occhi fritti per la troppa luce dagli schermi del Mac e dell’iPhone. Aria condizionata sempre accesa, a tenere lontano da casa il caldo torrido di quei giorni.

Poco prima di cena, aspettando le ennesime pizze ordinate a domicilio, senza troppa convinzione faccio zapping tra la programmazione di Sky, e trovo in onda la puntata su Yellowstone della serie “I grandi parchi americani”. Bene. Yellowstone era proprio la nostra prima scelta per il viaggio di questa estate, ma già a gennaio era tutto prenotato e abbiamo ripiegato sul Giappone.

Nei primi istanti resto affascinato dalle immagini meravigliose: i bisonti ricoperti di neve, i musi affusolati dei lupi, il nero lucido dei corvi imperiali, il paesaggio primigenio delle montagne e dei boschi. Uno spettacolo unico al mondo. Sogno di andarci un giorno a fare foto. Ma le immagini continuano a scorrere sullo schermo, e il mio stato d’animo muta in un lampo.

Prima scena. Un bisonte partorisce un cucciolo già morto, un branco di lupi se ne accorge e se lo mangia. Non sazi, attaccano la madre indebolita per avere appena partorito. Il bisonte scappa con il cordone ombelicale ancora penzoloni, e riesce a trovare protezione nella mandria che si schiera a cerchio.

Seconda scena. Un lupo trova un cucciolo di wapiti che si è allontanato dalla mandria. Si avvicina di fronte, a due metri da lui. Il wapiti nemmeno accenna la fuga, non fa una mossa. Il lupo si lancia in avanti, lo azzanna al collo e lo uccide, trascinandolo inerme nel pendio innevato.

Terza scena. Un altro bisonte partorisce un cucciolo, sdraiandosi tutto solo tra l’erba e i cespugli. Dopo qualche secondo, visibilmente provato dallo sforzo appena effettuato, il bisonte si rialza e lecca via pezzi di sacco amniotico dal cucciolo. Entro poche ore il cucciolo dovrà essere in grado di camminare e seguire la mandria. Se non ci riuscirà, la sua sorte é segnata

Quarta scena. Un grizzlie trova una carcassa di bisonte mezzo spolpata nella riva di un fiume. Si ferma a mangiarlo. Arriva un altro grizzlie e vuole impadronirsi della carcassa. Si affrontano, e il nuovo arrivato ha la meglio. Spinge il rivale nel fiume, si guardano per un istante negli occhi. Lo sconfitto prende atto dei rapporti di forza, ammette la sconfitta e se ne va.

Ed eccomi catapultato, dal mondo virtuale, nella ritrovata consapevolezza di ciò che è reale. Nella presa di coscienza di quanto la nostra piccola routine quotidiana, le nostre abitudini e immotivate certezze, non siano altro che il frutto di una insensata illusione di invulnerabilità.

Il distacco dalla natura tipico della nostra società ci sta facendo perdere di vista quelle che sono le sue leggi. Immutabili, e non meno vere per il fatto che pensiamo di averle confinate altrove da noi. Natura meravigliosa e spietata. Indifferente all’uomo e a tutti gli altri esseri viventi. Senza preferenze. Senza favoritismi.

Le sue leggi si esplicano, inconsapevoli e indifferenti alle conseguenze. Dovremo ricordarcelo di più. Dovremo ricordarci tutti i giorni che siamo fatti di carne, sangue e ossa. Siamo fragili, e non c’è nessuna certezza. Inutile illudersi. Inutile programmare. Mai perdere questa consapevolezza.

La verità

Splendida canzone di Brunori sas, dall’album “A casa tutto bene” del 2017:

La verità

Te ne sei accorto, sì
Che parti per scalare le montagne
E poi ti fermi al primo ristorante
E non ci pensi più

Te ne sei accorto, sì
Che tutto questo rischio calcolato
Toglie il sapore pure al cioccolato
E non ti basta più

Ma l’hai capito che non serve a niente
Mostrarti sorridente
Agli occhi della gente
E che il dolore serve
Proprio come serve la felicità

Te ne sei accorto, sì
Che passi tutto il giorno a disegnare
Quella barchetta ferma in mezzo al mare
E non ti butti mai

Te ne sei accorto no
Che non c’hai più le palle per rischiare
Di diventare quello che ti pare
E non ci credi più

Ma l’hai capito che non ti serve a niente
Sembrare intelligente
Agli occhi della gente
E che morire serve
Anche a rinascere

La verità
È che ti fa paura
L’idea di scomparire
L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire

La verità
È che non vuoi cambiare
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose
A cui non credi neanche più

La verità
È che ti fa paura
L’idea di scomparire
L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà morire

La verità
È che non vuoi cambiare
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose
A cui non credi neanche più

Autore: Dario Brunori

Testo di La verità © Warner/Chappell Music, Inc

La biblioteca di famiglia

Per mia grande fortuna ho dei genitori in gamba, che tra le altre cose hanno messo in piedi nel tempo una discreta biblioteca a casa nostra. Da che io ricordi, abbiamo sempre avuto in casa una stanza, che chiamavamo “lo studio”, con gli scaffali pieni di libri fino al soffitto. Non so quante altre famiglie, nel nostro paese, potessero disporre di una biblioteca del genere, ma sono certo che essa abbia contribuito e non poco sulla buona riuscita negli studi mia e delle mie sorelle. E anche sul tipo di persone che siamo diventati. Questa biblioteca è sempre stata suddivisa in due sezioni piuttosto distinte. La prima era costituita da una validissima ed esaustiva collezione di testi classici di Autori greci e latini. Collezione che mio padre ha pazientemente raccolto negli anni, setacciando librerie del nuovo e dell’usato, per non parlare della meticolosa ricerca tra i bouquinisti parigini, dai quali tornava a volte tutto orgoglioso per aver scoperto a poco prezzo qualche volume introvabile delle opere di  qualche scrittore antico, più o meno famoso che fosse. Un insieme di libri acquistati certamente per motivi professionali – insegnava Latino e Greco al liceo – ma soprattutto, io credo, per il piacere e la ricchezza immateriale che deriva dall’avere in casa così tanta Cultura che rappresenta il fondamento stesso della nostra civiltà.

L’altra parte della biblioteca era invece costituita da testi di letteratura, italiana e straniera, soprattutto del Novecento ma anche del secolo precedente. Non so per quale motivo, forse perché da che ricordi l’ho sempre vista leggere più di mio padre, mi verrebbe spontaneo attribuire la scelta di questi titoli a mia madre, anche lei insegnante di Italiano alle scuole medie. Qualche libro in maniera evidente appariva fuori tema rispetto al resto della collezione, e con molta probabilità era frutto di qualche regalo poco indovinato. Altri ancora, tipo la raccolta delle opere di Pavese, di Hemingway o Silone, penso invece che fossero stati scelti da mio padre. Ma magari mi sbaglio. Magari anche quelli erano regali, e ben azzeccati. Oppure li ha scelti mia madre, chissà.

Negli anni della crescita, quando non avevo voglia di studiare, soprattutto al liceo e all’università, ho attinto a piene mani dalla biblioteca di famiglia, che all’epoca contava credo duemila volumi. Ne ho letto parecchi, e molti di essi sono stati importanti per la mia formazione.

Da anni “lo studio” nella casa dei miei non esiste più, ma la biblioteca ovviamente rimane e si è anzi arricchita ulteriormente, anche se le due sezioni sono ora separate anche fisicamente: gli autori classici nella libreria nell’andito, tutto il resto nella stanzetta al primo piano dove dormivo da piccolo. A casa nostra abbiamo invece una nostra biblioteca, che ammonterà ad un migliaio di volumi. Diversi da quelli dei miei, con maggiore contaminazione di generi: storia, saggistica, letteratura, fumetti di Ken Parker e Hugo Pratt, libri di fotografia, innumerevoli guide di viaggio, libri di cucina, manuali vari. Possiedo poi quasi trecento libri in formato eBook, ma sono dentro il Kindle ed è come se non esistessero, o per lo meno non potranno mai svolgere quella funzione che ha avuto per me la biblioteca dei miei genitori. Nostro figlio é ancora piccolo, ma quest’anno ha imparato a leggere e bisognerà proprio che anche io gli faccia trovare una biblioteca fisica da cui imparare e sognare.

Il Rio Quirra e la corsa del criceto

Come una apparizione, lo slargo del  Rio Quirra compare sulla destra in una curva sulla 125, subito dopo Santorgiu. E’ da otto anni che faccio questa strada, almeno tre volte alla settimana. Quasi sempre l’ho visto asciutto: pietre grigie al sole, con le montagne sullo sfondo. Rare volte l’ho visto scorrere nel pieno del suo splendore.

Tante volte avrei voluto fermarmi a scattare una foto. C’è una piazzola sterrata e larga, appena una decina di metri rispetto alla visuale migliore. Nessuna difficoltà a parcheggiare l’auto. Il telefono ce l’ho sempre con me, quindi nemmeno questa può essere una motivazione valida.

Possibile allora che non mi sia mai fermato? In OTTO anni? Sarebbero bastati cinque minuti, ad essere di manica larga. Non ho nessuno che mi insegue a lavoro, se arrivo con qualche minuto di ritardo. Tecnicamente anzi non posso nemmeno essere in ritardo, visto che non ho orari prestabiliti.

Perché allora è successa una cosa del genere? Non c’è nessuna motivazione reale, tranne quella di essere imprigionati nella corsa del criceto. Sempre avanti e indietro, a ripercorrere la stessa strada. Avanti e indietro. Sempre di corsa. Nessuna deviazione. Nessuna scoperta. Una linea precisa e sottilissima nella mappa che collega la mia casa al luogo di lavoro. Tutto il resto della mappa rimane inesplorato, non percorso. Terra ignota.

Quando oggi – chissà perchè – ho deciso di fermarmi, ho provato una sorta di liberazione. Mi sembrava quasi di avere fatto qualcosa di rivoluzionario. Qualcosa da ripetere. Uscire dagli schemi. Uscire dalla routine. Vivere. Anche piccole soddisfazioni come queste.

Che poi, oh….. la foto non è niente di che. Ma non è questo il punto.

E’ proprio vero che le catene peggiori sono quelle che ci costruiamo con le nostre mani, e che la vera prigione è nella nostra testa.

Utopie?

© germinazioni

Due elaborazioni diverse e due momenti di scatto differenti. E cambia tutto. Gli ingrediente restano però gli stessi: bicicletta, relax, barca, pontile, mare, nuvole e montagne in lontananza. Mescolate il tutto, e l’utopia e  la speranza di una vita idilliaca sono servite.

© germinazioni

Sensazioni

Una risposta di Jack White che risuona molto bene con quanto penso in questo periodo. E non parlo della musica.

“Per l’arte il conflitto è fondamentale. Credo che solo dalla lotta possa nascere qualcosa di buono: devi essere tu contro il mondo. Questa solitudine è ciò che ti fa esprimere al meglio. Se sei tranquillo, felice e fare musica per te è una cosa molto divertente e rilassante stai facendo una vacanza, non musica”.