Tutto iniziò con una enigmatica storia cinese

Questo è un classico post di divagazione e collegamenti affascinanti, di quelli che mi piacciono perchè da uno spunto conducono ad altro con un salutare ma guarda un po’ di sorpresa. Il fatto di continuare ad appassionarmi a queste cose mi sembra di buon auspicio per il futuro. Ma partiamo dall’inizio, quando sono rimasto colpito da questa storiella misteriosa:

Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. «Ho bisogno di altri cinque anni» disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.

Italo Calvino – Lezioni americane

Quale sia la morale di questa storia, in tutta sincerità, non l’ho capito. Sicuramente bisognerebbe conoscere il contesto per capirci di più. Nella mia ignoranza ho pensato per prime a queste due ipotesi.

  1. Chuang-Tzu era un imbroglione e avrebbe potuto disegnare il granchio già da subito, e ha invece approfittato della generosità del re per vivere per dieci anni in una villa con dodici servitori? Morale: furbizia.
  2. Oppure – anche se la storiella questo lo omette – i dieci anni gli sono serviti per perfezionare la sua arte o trovare la concentrazione per fare il disegno perfetto? Morale: insegnamento zen dal misterioso Oriente.

Ho cercato allora qualche notizia su internet per capire chi fosse questo Chuang-Tzu (per la precisione 莊子 e noto anche come Zhuāngzǐ) e già solo dalla relativa pagina di Wikipedia ho trovato un sacco di cose interessanti, oltre ad avere scoperto di essere ancora più ignorante di quello che immaginavo, visto che non si tratta di un personaggio qualunque ma niente di meno che una figura chiave del taoismo.

Vissuto probabilmente nel terzo-quarto secolo a.C. e quindi quasi contemporaneo di Aristotele, è autore di un’opera in 33 capitoli che porta il suo nome.

Il carattere cinese dào (o tao) che significa “la Via corretta”

Queste le parti più interessanti, sempre da Wikipedia:

“In generale, la filosofia di Zhuangzi è basata sul concetto della limitatezza della vita in confronto all’infinitezza della conoscenza. Usare il limitato per raggiungere l’illimitato, egli affermava, era impossibile. Il nostro linguaggio, cognizione, percezione, sono una prospettiva personale delle cose, per questo bisogna esitare prima di definire qualche conclusione come universalmente vera e valida.”

“All’origine dei mali dell’uomo risiederebbe il fatto che ciascuno scelga una posizione e rifiuti di vedere il contrario, essendo invece la realtà solo un’alternanza di contrari. Superare ogni personalismo ed utilizzare l’empatia per mettersi nei panni degli altri sarebbe dunque la sola salvezza dell’uomo illuminato.”

Una maggiore comprensione della storiella di prima si può trovare in quest’altra storia, e nella spiegazione che ne viene data:

“Un sovrano aveva commissionato all’intagliatore Qing un piano in legno per campane entro quindici giorni. I primi giorni Qing sembra essersi dimenticato del tutto del compito, si dedica ad altre cose, digiuna, non si preoccupa del tempo che passa. Durante una passeggiata però ecco l’illuminazione: alla vista di un albero particolare Qing esclama di aver trovato il legno esatto e, tornato nel suo studio, conclude il suo compito in poco tempo. Il sovrano rimane esterrefatto dalla bellezza del supporto.”

Questa storia esemplifica due concetti: wang (oblio) e shen (spirito). Qing è riuscito nel suo lavoro perché la sua mente ha dimenticato il lavoro stesso. L’oblio permette di imparare, perché se uno pensa troppo alle regole o al risultato finale, non riesce nel suo intento. Le regole comunque non si dimenticano, sono in un “serbatoio” a cui possiamo sempre attingere, uno spirito che si risveglia nel momento propizio.

Per farla breve, valeva sicuramente la pena di approfondire e ho allora ordinato questo libro. La copertina da sola valeva l’acquisto, bellissima.

Lezioni da “Lezioni americane”

Quello del linguaggio è un argomento che mi interessa molto in questo ultimo periodo, e ho trovato spunti estremamente interessanti nelle “Lezioni americane” di Italo Calvino.

…nel render conto della densità e continuità del mondo che ci circonda il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’esperibile.

La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto. Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti) con discrezione e attenzione e cautela, col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole.

Italo Calvino – Lezioni americane

Parlare il meno possibile

Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto.

Italo Calvino – Lezioni americane