Sfida non dichiarata al valico di Castiadas

Se porti la MTB alla casa al mare, poi la devi usare. Altrimenti meglio lasciarla a casa. Perciò…sveglia alle 6.45, mezzo assonnato… ma chi me lo fa fare? Per giunta oggi sarebbe pure il mio primo giorno di ferie.

Ma mi devo allenare. Non si sa per quale motivo, ma mi devo allenare.

Probabilmente perché dopo che mi alleno sto meglio di prima. O forse perché sono masochista e come se non bastasse tutta la fatica che già faccio tutti i giorni ho bisogno di farne altra su base volontaria.

Forse ancora perché ho raggiunto una età nella quale ho bisogno di dimostrare qualcosa a me stesso, sentirmi giovane (?) e in forma (???) e allontanare lo spettro della vecchiaia.

Peccato che giovane non lo sia ormai più di tanto e in forma non lo sono mai stato. Forse un minimo quando ero all’università, e da vero gaggio di paese salivo in corriera tutto soddisfatto indossando una maglietta bianca a maniche corte con lo stemma Levi’s rosso sul deltoide (o meglio, nel punto nel quale ci sarebbe dovuto essere il deltoide), aderente sopra i jeans. Che le magliette fossero aderenti probabilmente era solo una mia impressione, e certamente nessun altro lo avrà notato.

Ma l’importante non è come si è ma come ci si sente.

Tornando alla vecchiaia, mi auguro di fare una vecchiaia serena, se la salute mi assiste. E se proprio mi dovrò fratturare il femore, spero che succeda cadendo dalla mountain bike a 80 anni – un po’ troppo ottimistico in effetti…. facciamo 70 anni – in un single track di Correxerbu.

Tornando a cose più immediate, mi devo allenare anche perché ho preso l’impegno di fare anche quest’anno fare la frazione di nuoto (1.500 m) e MTB (28 km) al TNatura di Orosei del prossimo 9 ottobre. E quello di Cala Ginepro e Bidderosa non è propriamente un percorso per i passeggiatori della domenica.

Mi devo allenare, insomma. Prendiamolo come dato di fatto e mettiamoci l’animo in pace.

Parte prima: la Ragione

Inforco la Wilier, aggancio i pedalini e procedo a passo regolare, senza forzare. Strada da fare ce n’è tanta, e di salita ancora di più. L’aria è fresca e frizzante, il sole ancora dietro alle montagne. Il maestrale dei giorni scorsi ha fatto scendere parecchio le temperature. Ho quasi freddo, ma so che presto passerà.

Ho ripreso da poco gli allenamenti, e fino ad ora mi sono limitato ad uscite di un’oretta e con poco dislivello. Oggi invece sono diretto a Minni Minni, una montagna di circa 700 m lungo la strada che da Solanas porta a Castiadas.

Dosare le energie è fondamentale, fin dalla partenza la strada asfaltata sale per circa 6 km con una pendenza media del 6-7%. Gran fregatura, sembra di essere in pianura ma è soltanto un’illusione ottica. La salita sebbene costante c’è e si sente nelle gambe.

Andatura regolare. Respiro non affannoso. Cadenza di pedalata superiore a 80 rpm. Rapporti agili. Frequenza cardiaca attorno ai 120 bpm.

Questo il programma che mi sono dato, e lo rispetto scrupolosamente.

Bravo.

Passo vicino ad una istituzione della zona. Il negozio di Nanda, che fa il miglior pane sardo del mondo. Da mangiare ancora rigorosamente caldo appena sfornato.

Parte seconda: la Follia

L’asfalto finalmente finisce, e adesso inizia la salita vera su sterrato. Dopo il primo tornante, con il cavalcavia a pochi metri e le auto che ci sfrecciano sopra dirette verso le spiagge e le vacanze, vedo però all’improvviso qualcosa che rovina irrimediabilmente tutti i miei buoni propositi.

In fondo alla strada, ad un centinaio di metri davanti a me, ci sono due persone che salgono in MTB. Una visione fugace, che scompare dopo pochi secondi non appena fanno la curva. Ma tanto basta per farmi mandare all’aria il mio programma.

Devo provare a raggiungerli e possibilmente superarli.

La parte razionale del mio cervello si attiva subito. Miliardi di calcoli neuronali hanno luogo in una frazione di secondo per realizzare che:

Uno: questi due non mi hanno superato, dunque erano già davanti a me;

Due: se però ora li vedo e prima no, nemmeno nel lungo rettilineo asfaltato di qualche chilometro prima, vuol dire che sto andando più veloce di loro e posso raggiungerli. La cosa è abbastanza inspiegabile, visto che procedo a una velocità imbarazzante, ma le leggi della fisica non ammettono altre spiegazioni (salvo una che mi verrà di lì a poco, e che tra poco dirò).

Fatto il suo dovere, la parte razionale si spegne di botto e si attiva il cervello primitivo. Ridicole ambizioni di Maschio alfa (ahahah… e come no!) mi spingono a dimostrare chi è il più forte.

E bravo idiota.

Abbandono dunque ogni forma di controllo e inizio a darci dentro alla grande. La salita è appena cominciata, ma è lunga e prima dello scollinamento ho qualche possibilità di raggiungerli. E superarli. Questo è l’obiettivo. E nemmeno tanto segreto.

Se anche loro sapessero che stiamo facendo una gara, magari si impegnerebbero a pedalare più forte, e mi farebbero mangiare la polvere. Ma ovviamente non lo sanno. Magari stanno facendo come me, quando ancora seguivo il programma: andatura regolare e rapporti leggeri. Ci sarebbero anche da considerare due variabili fondamentali: da dove sono partiti e dove sono diretti. Io oggi ho in mente di fare una trentina di km, questi qua magari ne vogliono fare il doppio o chissà cosa. Che stiano pedalando già da molto tempo lo escludo, visto che anche io sono partito molto presto e prima era buio.

Proseguo in questa gara con me stesso, non dichiarata e con avversari sconosciuti e che non sanno che dietro di loro c’è un mentecatto che cerca di raggiungerli. Anzi, di superarli. Diciamo le cose come stanno.

La frequenza cardiaca sale attorno ai 150 bpm, spingo con i pochi muscoli delle mie gambe, peraltro provati dagli squat fatti il giorno prima. Ebbene sì, ho da qualche giorno deciso di fare anche un pò di potenziamento muscolare, visto che sono messo parecchio male. Parecchio. Senza scherzi.

Nonostante gli sforzi, non li vedo più. Faccio una prima curva, poi una seconda, ma non si vedono. Trovo un rettilineo più lungo, ma ancora niente. Eppure mi sto impegnando.

A questo punto la parte razionale del cervello torna a fare capolino. E se quando li hai visti fossero appena ripartiti, dopo essersi fermati in salita? Sono molto più veloci di te(non che ci voglia molto, del resto), probabilmente hanno già scollinato, altro che raggiungerli.

Povero idiota.

 Parte terza: la Vittoria (di Pirro)

Sto quasi per perdere le speranze, quando tutto ad un tratto ricompaiono davanti a me. Sembrano più lenti di me, quindi posso davvero farcela a raggiungerli. Anzi, a superarli!.

Pedalo con ancora più determinazione, al valico manca poco, poi inizia la discesa e non ci sarà più niente da fare.

Il contatto visivo e la distanza che si accorcia moltiplica le energie, mi avvicino ancora e scopro che quella che chiude la fila è una ragazza. La supero facilmente, salutandola in maniera disinvolta. Se solo sapesse!

Tra ciclisti ci si saluta sempre e la trovo un’usanza molto bella e civile.

Anche l’altra è una ragazza, e supero abbastanza facilmente anche lei. Pensando che fossi la compagna che stava a ruota e che la stava affiancando, quando sono un metro dietro di lei mi fa: “Che cosa ci fai qui?”, per subito rendersi conto che si trattava di uno sconosciuto. Saluto anche lei e passo al comando, ormai al valico mancano solo qualche centinaio di metri.

Per una questione di orgoglio sono obbligato a continuare a tirare, altrimenti si accorgerebbero subito che era tutta una sbruffonata. Cosa non lontana dalla verità.

La sfida è vinta, ma il fatto che fossero due ragazze ha reso l’impresa meno gloriosa. Non è una questione di maschilismo, perchè ci sono una marea di ragazze che letteralmente mi disintegrano in MTB, e non ho nessun problema ad ammetterlo. Anzi, tanto di cappello.

Ma in questo caso superare in salita due ragazze che se la prendono comoda verso il valico, e che non sanno che dietro di loro c’è un idiota che cerca di superarle, non è propriamente qualcosa di cui vantarsi. Anzi, è stata l’occasione giusta per raccontare questa storia sul mio sito e prendermi un po’ per il culo.

Vi ringrazio però di tutto cuore, ignote bikers che mi avete spronato a fare la salita a ritmo gara piuttosto che a livello cicloturistico, cosa che se non vi avessi incontrato avrei certamente fatto.

Parte quarta: la discesa e il ritorno a casa

Conquistato il valico, non potevo esimermi da scattare una foto ricordo. Utile soprattutto per riprendere il fiato.

Avendo consumato tutte queste energie nella salita, decido di lasciar perdere l’idea iniziale di salire a Minni Minni e opto per la discesa verso Castiadas. Al ritorno mi aspetta comunque una bella salita, quindi l’allenamento è assicurato. Non voglio rischiare nello sterrato che non conosco, dunque scendo in maniera controllata e prudente. In discesa sono parecchio scarso, e rischio spesso di cadere anche in tratti abbastanza facili.

Nei punti migliori mi fermo per fare qualche foto. Ecco ad esempio il sentiero che scende verso Castiadas, con sullo sfondo la sopraelevata e la bella foresta di Minni Minni:

Alla fine non arrivo nemmeno a Castiadas. Terminato lo sterrato trovo lungo la strada tre cani da pastore che mi abbaiano minacciosamente contro, non avrei problemi a superarli visto che sono in discesa e potrei prendere velocità, ma al ritorno, belli infuriati per la preda scappata poco prima e che si troverebbe costretta ad arrancare in salita, sarebbe tutta un’altra storia.

Memore anche del fatto che un altro cane mi ha morsicato al polpaccio meno di un mese fa, mentre facevo i miei sette km di corsa, decido di lasciar perdere. Faccio inversione e torno indietro. Ricomincia la salita verso il valico, stavolta dall’altro versante. E’ meno ripida di quella fatta all’andata ma comunque impegnativa. Per fortuna il paesaggio è spettacolare:

Torno a casa dopo un’ora e quarantaquattro minuti sui pedali, 26.95 Km percorsi con 614 m di ascesa, frequenza cardiaca media 125 bpm e frequenza cardiaca massima 163 bpm. Un bell’allenamento, sono soddisfatto.

In aggiunta, la stessa mattina ho fatto anche una nuotata al mare di 1126 m, con un passo di 1:56/100 m. C’è sempre parecchio da lavorare ma inizio a vedere qualche miglioramento.

tutte le foto © germinazioni

Gente di Sant’Efisio

La sagra di Sant’Efisio si svolge il primo maggio di ogni anno a Cagliari. Se abitate in Sardegna e per qualsiasi motivo non ci andate, è probabile che a casa vostra la televisione sia sintonizzata su Videolina per la diretta. Per lo meno, a casa dei miei genitori succedeva e succede così. Non che fossero particolarmente attaccati alle tradizioni isolane, ma Sant’Efisio è Sant’Efisio e bisogna per lo meno guardarla su Videolina.

Alla sagra vera e propria non ricordo siano mai andati, e non ricordo nemmeno che mi ci abbiano mai portato. Troppa gente, e impossibile trovare parcheggio. Immagino fosse questa la motivazione.

Non che io lo abbia mai chiesto. Fino a quando non mi sono appassionato di fotografia non mi era mai venuto in mente di andare a Sant’Efisio. Grosso sbaglio, perché è una bellissima festa. Almeno una volta nella vita bisogna andarci. Non dico se abitate in Groenlandia, ma se abitate in Sardegna è un vostro preciso dovere in quanto sardi. Fidatevi.

Io ci sono andato per la prima volta nel 2003, per fare foto. Povero illuso. Fare belle foto a Sant’Efisio non è uno scherzo. Iperinflazionato. Prevedibile. Difficile gestire le luci. Complicato isolare il soggetto dalla sfondo e soprattutto dal pubblico non fotogenico (la gente che guarda le sagre non è mai fotogenica, anzi è molto probabile che vi rovini irrimediabilmente la maggior parte delle foto).

Ma si sa, il fotografo è di solito un superbo. E’ convinto di saperla più lunga degli altri. Poi torna a casa e guardando le foto si rende conto di non aver fatto niente di che. Ma bisogna pur provare. Ed è raro tornare a casa delusi. Stancante, ma sempre una bella esperienza.

Motivo per cui ci sono tornato anche nel 2005, nel 2008 e nel 2010. In quest’ultima occasione addirittura con un pass ufficiale di fotografo, procuratomi da mia moglie che lo aveva avuto da una amica il cui padre aveva quell’anno non so quale ruolo nella sagra. Qualcosa di grosso comunque. Non dico il personaggio principale ma uno dei primi dieci, in ogni caso.

Questa sera avevo voglia di sistemare qualche foto, seppure in maniera molto improvvisata, ed eccone una piccola selezione. Poi vedrò in seguito di presentare un lavoro più omogeneo. O forse no, chi se ne frega. Questo blog lo guardano si e no una paio di visitatori al giorno. Quando va bene.

Ragion per cui dovranno accontentarsi. Altrimenti liberissimi di cambiare pagina. A me piacciono, tutto sommato. E visto che il blog è mio faccio quello che mi pare. Almeno qui, massima libertà.

tutte le foto © germinazioni

Il Santuario nuragico di Santa Cristina

Mai avevo sentite le cicale frinire così forte come nel Santuario nuragico di Santa Cristina: il loro suono sovrasta ogni altra sensazione, ed è la prima cosa che mi colpisce sotto il sole cocente di questo pomeriggio di luglio. Erano anni che mi ripromettevo di visitare questo sito archeologico, in cui ero stato durante una gita scolastica ma della quale serbo pochi ricordi.

Ad un passo dalla S.S. 131, la possibilità di visitarlo mi è sempre sembrata talmente semplice che ogni volta rimandavo a quella successiva. Stanchezza, fretta di tornare a casa, abbigliamento non adatto…. C’era sempre una scusa pronta. Questa volta però mi sono organizzato, e dopo una riunione di lavoro a Gavoi mi sono fermato in uno spiazzo lungo la statale: via l’abito, mi infilo una maglietta, un paio di pantaloncini corti e le vecchie scarpe da running.

Il sudore mi imperla la nuca, l’afa è soffocante. Le cicale continuano il loro concerto, ammutolendosi un istante soltanto quanto mi avvicino ai rami degli ulivastri per cercare di osservarle, e sembrano l’unica forma di vita in questi pezzo di Sardegna primordiale.

© germinazioni

Attraversato uno spiazzo nel villaggio cristiano, contornato dai muristenes utilizzati come alloggio per i pellegrini che si recano alla chiesa campestre di Santa Cristina di Paulilatino (OR), costruita dai monaci camaldolesi in periodo medievale, arrivo finalmente ai resti del villaggio nuragico. L’ombra degli ulivastri mi da un po’ di sollievo dall’afa, con la Fuji XT-1 cerco di scattare qualche foto, ma non è semplice gestire le luci e le ombre troppo forti delle prime ore del pomeriggio. Indeciso tra bianco e nero e colore, alla fine opto per entrambi: dal punto di vista stilistico non ha molto senso e vengono fuori immagini banali e senza pretesa alcuna, come era scontato che fosse. E’ difficile entrare in quello stato di predisposizione mentale che favorisce la creazione artistica in fotografia, specialmente non essendoci più abituato. La visione è tutta da trovare, e non è questo pomeriggio il giorno giusto per farlo.

Lascio per ultima la parte più interessante della visita al santuario nuragico di Santa Cristina, e percorro un campo assolato, con le cicale che continuano senza sosta a offrirmi una armoniosa musica di sottofondo. Sottofondo mica tanto, visto il frastuono che fanno. Arrivo al pozzo sacro, le geometrie promettono bene già dall’ingresso ma non è ancora nulla rispetto alla discesa dei ripidi scalini che conducono all’acqua nel fondo della struttura.

Fantascienza.

Continuo a ripetermi questa parola mentre osservo stupefatto la perfezione della squadratura delle pietre in basalto e gli incastri sovrapposti. Tanta è la differenza di raffinatezza costruttiva del pozzo sacro rispetto ai nuraghi che non sembrano nemmeno opera delle stessa epoca. Che meraviglia!

© germinazioni

“…principesco è il pozzo di Santa Cristina, che rappresenta il culmine dell’architettura dei templi delle acque. È così equilibrato nelle proporzioni, sofisticato nei tersi e precisi paramenti dell’interno, studiato nella composizione geometrica delle membrature, così razionale in una parola da non capacitarsi, a prima vista, che sia opera vicina all’anno 1000 a.C. e che l’abbia espressa l’arte nuragica, prima che si affermassero nell’isola prestigiose civiltà storiche”

Giovanni Lilliu – “Nuovi templi a pozzo della Sardegna nuragica”, in Studi Sardi (1955-1957)