L’età dell’innocenza del surf, nelle foto di Leroy Grannis

Ho acquistato questa mattina alla Feltrinelli “Surf photography” di Leroy Grannis, edito da Taschen books. Per nove euro e novantanove centesimi non potevo di certo farmi scappare un libro cartonato di oltre 150 pagine con alcune delle più belle foto di surf di sempre.

Leroy Grannis, per chi non lo sapesse, è considerato il più importante fotografo di surf degli anni ’60. E ancora, sempre per chi non lo sapesse, gli anni’60 sono stati l’epoca d’oro del surf. E non solo del surf. Se penso che in quelli stessi anni c’erano sulla scena, all’apice del loro massimo furore creativo, Bob Dylan, i Beatles, i Beach Boys, Jimi Hendrix e tantissimi altri….

Roba da uscire fuori di testa. Meglio non pensarci.

Leroy Grannis ha iniziato a praticare il surf da adolescente, ma soltanto dopo la quarantina ha deciso di mettersi a fotografarlo. Pare su consiglio di qualcuno che lo convinse a cercarsi un hobby. Ed eccolo qua, a scattare in equilibrio su una tavola da surf…. che tempi pionieristici!

Le foto di surf di Leroy Grannis trasmettono subito tutta l’innocenza, l’ingenuità ma soprattutto la genuinità dell’età dell’oro del surf. Ancora apparentemente incontaminato dagli interessi economici degli sponsor e dalla competizione sportiva esasperata.

Queste foto non possono che farmi tornare alla mente le meravigliose atmosfere di alcune delle scene più belle di uno dei mie film preferiti. “Big Wednesday” (1978) di John Milius, tradotto in italiano come “Un mercoledì da leoni”. Uno dei più bei film sull’amicizia, sulla gioventù e sulla spensieratezza. Matt Johnson, Jack Barlowe e Leroy “spaccatutto” Smith. Tre personaggi indimenticabili, insieme a Peggy Gordon e al burbero Bear.

Un film che mi ha letteralmente cambiato la vita e il modo di pensare, insieme ad un altro capolavoro anche questo guarda caso ambientato nel mondo del surf: “Point break” (1991) di Kathryn Bigelow.

Che poi alla fine io il surf non l’ho mai praticato. O per lo meno non ancora. Ma mi sarebbe sempre piaciuto. Per un anno circa ho fatto windsurf, e con grande passione e divertimento. Ricordo soprattutto una estate, nella quale, per via di altre questioni, ho avuto qualche settimana da dedicare alla tavola a vela. Ricordo i primi tentativi al mare, a sollevare cento volte la vela dall’acqua e poi togliermi la muta nel maestrale freddo dell’inverno, con le braccia stanche e gonfie dal gran sforzo. Ricordo poi l’arsura e la sete al ritorno in spiaggia, dopo un paio d’ore sopra la RRD Evolution 360, e l’inebriante odore della salsedine sul neoprene della muta. Che tempi! E che spensieratezza in quegli anni!

Queste foto mi fanno tornare alla mente quelle sensazioni, quel senso di libertà e la illusoria promessa che tutto fosse possibile. Per questo motivo mi sono tanto care.

La fotografia di montagna di Vittorio Sella

Ho scoperto Vittorio Sella per caso, pochi mesi fa. Da ormai una quindicina di anni sono appassionato di fotografia. Possibile che non lo avessi mai sentito nemmeno nominare?

D’accordo, colpa mia. Non avrò chissà quale cultura fotografica, ma possibile che in Italia un autore di questo calibro non sia celebrato come merita?

Eppure… Ansel Adams lo considerava uno dei maestri della fotografia di paesaggio, affermando che “revealed [the mountains] in all their sheer majesty” e che “the purity of Sella’s interpretations move the spectator to a religious awe“.

Un senso di meraviglia di tipo religioso.

Se vi sembra poco.

Per non parlare poi di quale sia l’opinione dei maggiori esperti internazionali sull’opera di Vittorio Sella.

« Sella is still remembered as possibly the greatest ever mountain photographer. His name is synonymous with technical perfection and aesthetic refinement. »

Jim Curran, K2: The Story of the Savage Mountain

Non ci sarebbe voluto poi tanto a capire di trovarsi al cospetto di un gigante. Ma questa è la cultura nel nostro paese. Me ne farò una ragione, e con umiltà cercherò di apportare il mio modesto contributo, omaggiando Vittorio Sella su questo blog.

Le fotografie di Vittorio Sella

Che poi… per capire la grandezza di Vittorio Sella sarebbe bastato guardare le sue immagini. Eccone qui alcune che ho trovato sul web (mi piacerebbe un giorno o l’altro comprare il libro delle sue opere, chissà che meraviglie vederle stampate come si deve):

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Siniolchu Sikkim, from the Zemu glacier, 1899. (Vittorio Sella, Alpine Club Collection)

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Highest peak of the Rouies as seen from the Cardon Glacier, (1888)

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From the Southern Ridge of Staircase Peak (1909) – Vittorio Sella, Fondazione Vittorio Sella

Fotografie in bianco e nero piene di fascino, realizzate in maniera tecnicamente perfetta. E non con moderne attrezzature dotate di automatismi quasi infallibili, ma con fotocamere di più di cento anni fa!

Le immagini di Vittorio Sella erano ottenute da lastre 30 x 40 caricate su pesanti e ingombranti apparecchiature, che dovevano essere trasportate in alta montagna in condizioni difficilmente immaginabili. Era l’epoca pionieristica dell’alpinismo, e la foto qui sotto rende l’idea di cosa stiamo parlando:

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Uomini coriacei che con funi e abiti improbabili scalavano le vette in condizioni quasi impossibili. Che come se non bastasse, e come se la pura sopravvivenza non fosse già il massimo obiettivo auspicabile, si portavano dietro attrezzature fotografiche altrettanto primitive.

Eppure, nonostante tutto ciò, Vittorio Sella riuscì a scattare fotografie di una bellezza mozzafiato. Non si può che rimanere stupefatti.

Ed eccolo qui infine, il nostro eroe. Al centro della foto, con una piccozza in mano e circondato da altri quattro memorabili personaggi:

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Ed infine qui, in una foto più posata e ufficiale:

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Non so perchè, ma lo immagino più felice e a suo agio nella prima di queste ultime due foto. Tra le sue montagne predilette, la cui perfezione e austera bellezza ha immortalato per l’eternità.

Che cosa fotografare a Bologna? Tre errori da non ripetere

Che cosa fotografare a Bologna? E’ la domanda che mi sono fatto, da perfetto ingenuo, qualche giorno fa. E nel tentativo di rispondere a questa domanda ho commesso tre errori da non ripetere in futuro. Ma cominciamo con una necessaria premessa, altrimenti non ci si capisce nulla…

Una insperata opportunità …

Dalla nascita di mio figlio, ormai diversi anni fa, non avevo più fatto nessuna vera uscita fotografica. Per i non addetti ai lavori, per uscita fotografica si intende una sorta di estraniazione dallo spazio-tempo completamente dedicata ad un solo obiettivo: quello di fare foto.

Fotografare a Bologna #01

Per tale scopo di solito il fotografo si porta dietro tutta l’attrezzatura che ritiene utile, quasi sempre molto di più di quella necessaria, con la conseguenza di ritrovarsi poi stanco e indolenzito per il gran peso trasportato. Per di più, con la spiacevole sensazione di non aver sfruttato tutto l’armamentario a sua disposizione.

E non uso a caso questo termine, perchè una uscita fotografica in città, specie se dedicata al genere della street photography, è qualcosa per certi versi ricorda una missione di guerra. Zaino in spalla, obiettivi, filtri, batterie di riserve, acqua e viveri, e fotocamera sempre in mano per scattare foto a raffica, appostamenti furtivi e imboscate alle ignare prede. In fotografia e in guerra tutto è lecito.

Fotografare a Bologna #02

Questo genere di uscite fotografiche è quello tipico di molti fotografi, ed è quanto di peggio possa esistere. Si tratta di solito di persone che hanno un approccio superficiale alla fotografia, convinte come sono che l’attrezzatura sia tutto e che in virtù del fatto di possedere corpi macchina e obiettivi professionali le immagini che otterranno non potranno che  essere di pari livello.

Raramente hanno sfogliato qualche libro di fotografia e hanno una cultura dell’immagine limitata. Sono interessati per lo più a mostrare i loro capolavori ad amici e conoscenti, più ignoranti di loro in termini fotografici e dunque facilmente impressionabili, oppure a loro simili su forum web e social media, in una continua e acritica reciproca autocelebrazione.

Fotografare a Bologna #03

In passato non nego di avere fatto anche io questi sbagli, e in abbondanza, ma credevo fossero soltanto errori di gioventù.

E invece… ci sono ricascato come un fesso

Con scarso preavviso mia moglie mi ha chiesto di prendere un venerdì di ferie per accompagnarla ad un corso a Bologna, e nostro figlio è restato al mare con i nonni. Risultato: mi sono ritrovato ad avere un mezzo pomeriggio e due intere mattinate da dedicare anima e corpo alla fotografia. Incredibile ma vero.

Questa notizia inaspettata mi ha spiazzato e per questo motivo sono ricaduto nella sindrome dell’uscita fotografica, come sopra descritta. Immediata ansia da prestazione: che cosa fotografare a Bologna?

Da qui in poi ho iniziato a commettere diversi errori, e cioè….

Il mio primo errore: la ricerca di una scorciatoia

Ho cercato sul web proprio le parole chiave “Che cosa fotografare a Bologna?“, nella speranza di trovare qualche articolo che mi suggerisse le location migliori a cui dedicare le mie fatiche. Ovviamente non ho trovato granché di utile, se non una mera descrizione dei principali monumenti di Bologna e delle tipiche mete turistiche di questa meravigliosa città: Piazza Maggiore, San Petronio, la torre degli Asinelli e la Garisenda, etc.

Fotografare a Bologna #04

Lo spunto più originale sembrava potesse essere quello dei canali visibili dalla finestrella in via Piella. Figuriamoci.  Tutti posti a quali sono state dedicate migliaia di cartoline, dunque difficile sperare di tirare fuori qualcosa di buono.

Seguire questi consigli di visita della città non mi avrebbe di certo portato a scattare foto originali, ma ancora più da fessi sarebbe stato rinunciare a vedere le cose unanimemente ritenute più meritevoli e che non avevo mai visitato. Rinunciare a vedere Bologna per giocare a fare il fotografo: non avrebbe avuto alcun senso.

Fotografare a Bologna #05

Ho pertanto deciso di fare il classico giro turistico delle attrazioni principali, e allo stesso tempo ricercare qualche spunto fotografico interessante nell’anima pulsante della città. E da qui a commettere una altra fesseria il passo è stato breve…

Il mio secondo errore: la presunzione

Chiunque, tranne il sottoscritto, avrebbe intuito che ad andare a visitare i monumenti storici di Bologna avrebbe incontrato soprattutto turisti. I soliti, classici, noiosi turisti. Come me, del resto. Sempre uguali da tutte le parti. Infotografabili. Ed eccolo qui l’atto di presunzione: voler ricercare l’autenticità in mezzo ai turisti e pretendere di cogliere lo spirito di una città in poche ore.

Signore e signori, è arrivato a Bologna il genio della fotografia. In pochi scatti riuscirà a fare quello che migliaia di altri fotografi prima di lui non sono riusciti a fare, e con ben più a tempo a disposizione!

Fotografare a Bologna #06

Come era prevedibile, sono bastate poche decine di scatti per farmi capire che forse dovevo abbassare il tiro. “Lascia perdere l’originalità”. “Lascia perdere la ricerca della autenticità”. “Cerca di fare il meno peggio che puoi, e soprattutto goditi queste insperate e spensierate ore libere dedicate ad una tua passione“. Sono quindi entrato in uno stato d’animo più tranquillo, a metà strada tra la rassegnazione della consapevolezza dei propri limiti e la serenità zen di chi non ha più chissà quali aspettative e ansia da prestazione.

Fotografare a Bologna #07

Mi piacerebbe poter dire che da quel momento in poi ho cominciato a fotografare in maniera migliore, ma questo succede solo nelle favole. La realtà è che le foto hanno continuato ad essere molto mediocri, come si può vedere in questa stessa pagina, ma per lo meno mi sono divertito di più. Ed è questo quello che conta.

Il terzo errore: la scusa del poco tempo

Questa esperienza a Bologna mi ha anche fatto capire una cosa molto importante. In passato ho sempre pensato che il livello delle mie foto non fosse un granché per colpa di cause esterne. In primo luogo la mancanza di tempo. “Se avessi davvero tempo da dedicare alla fotografia, allora sì che tirerei fuori qualcosa di valore!”.

Ho fatto invece la scoperta dell’acqua calda. Ci sono voluti parecchi anni, ma meglio tardi che mai. Non è solo questione di tempo. O meglio, quella è solo una delle tante variabili. E’ vero che la fotografia richiede in primo luogo pazienza, attesa dell’attimo. Che molto spesso non arriva mai. E in questi casi avere tanto tempo a disposizione aiuta.

Nella maggiore delle volte però è un problema di visione, e l’atteggiamento mentale del fotografo risulta decisivo. E’ necessario sviluppare una certa predisposizione d’animo alla creazione artistica. Mettere da parte la razionalità e la programmazione. Massima apertura mentale.

Fotografare a Bologna #08

Non sapere dove guardare e cosa cercare preclude la possibilità di catturare qualcosa di interessante. Ma qualcosa di interessante accade solo di rado, e se non si è in grado di coglierlo è tutto inutile. Occorre in qualche modo amplificare la capacità di vedere e cogliere particolari altrimenti invisibili. Cosa difficilissima, per la quale ho tantissima strada ancora da fare.

Ho capito che mi manca una visione, e mi manca un progetto fotografico. Mi mancano le idee, e mi manca l’esperienza. C’è parecchio da migliorare, e le foto sono di livello mediocre, ma pur con questa aumentata consapevolezza continuerò ad esercitarmi e a divertirmi.

“La domanda che mi sono fatto è simile a quella che si fa qualsiasi turista con una macchina fotografica di fronte ad un paesaggio stupendo: la mia fotografia sarà in grado di comunicare un’esperienza che altri hanno già colto così bene? La risposta è quasi sempre no, ma uno ci prova lo stesso”.

Teju Cole – The New York Times Magazine

tutte le foto © germinazioni

Post scriptum: che poi a Bologna, qualche anno dopo, ci sono pure tornato a fare foto. E non mi sembra che abbia imparato granché nel frattempo.

Un’estate al mare

Un’estate al mare…. Ci può essere un titolo più banale di questo? Se non altro, sono banali anche le foto perciò siamo a posto. Stare a prendere il sole sdraiato nel lettino e tra un bagno e l’altro scattare qualche foto senza allontanarsi più di una decina di metri dall’ombrellone immagino non possa nemmeno essere considerato fotografare.

E comunque, ecco una piccola sequenza di 11 immagini, in un percorso virtuale che conduce in maniera più o meno intenzionale dai colori accesi delle prime foto fino ai toni più malinconici delle ultime, nel tentativo di raccontare una minima parte della mia estate 2016.

Tutte le immagini (tranne due realizzate con la GoPro Hero 4…ed è facile intuire quali) sono state scattate con la Fuji XT-1 e l’obiettivo 16-55/f2.8-4, spesso con il filtro polarizzatore. Color profile Velvia, qualche crop in alcune foto, ed editing al volo in Lightroom con la semplice applicazione di due preset: Direct Positive, nelle prime foto, e Hawaii Five-O nelle ultime. Perlomeno, mi pare di ricordare così. Non che abbia una qualche importanza, del resto, ma ci sono alcune persone malate di mente come me per le quali questi dettagli insignificanti possono suscitare un qualche inspiegabile interesse. Come se la fotografia fosse questo inutile disquisire di tecnica e non qualcosa di molto più profondo. Ma per adesso accontentiamoci, visto che di profondo in questa serie c’è soltanto in mare, e neanche più di tanto.

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tutte le foto © germinazioni

Il Santuario nuragico di Santa Cristina

Mai avevo sentite le cicale frinire così forte come nel Santuario nuragico di Santa Cristina: il loro suono sovrasta ogni altra sensazione, ed è la prima cosa che mi colpisce sotto il sole cocente di questo pomeriggio di luglio. Erano anni che mi ripromettevo di visitare questo sito archeologico, in cui ero stato durante una gita scolastica ma della quale serbo pochi ricordi.

Ad un passo dalla S.S. 131, la possibilità di visitarlo mi è sempre sembrata talmente semplice che ogni volta rimandavo a quella successiva. Stanchezza, fretta di tornare a casa, abbigliamento non adatto…. C’era sempre una scusa pronta. Questa volta però mi sono organizzato, e dopo una riunione di lavoro a Gavoi mi sono fermato in uno spiazzo lungo la statale: via l’abito, mi infilo una maglietta, un paio di pantaloncini corti e le vecchie scarpe da running.

Il sudore mi imperla la nuca, l’afa è soffocante. Le cicale continuano il loro concerto, ammutolendosi un istante soltanto quanto mi avvicino ai rami degli ulivastri per cercare di osservarle, e sembrano l’unica forma di vita in questi pezzo di Sardegna primordiale.

© germinazioni

Attraversato uno spiazzo nel villaggio cristiano, contornato dai muristenes utilizzati come alloggio per i pellegrini che si recano alla chiesa campestre di Santa Cristina di Paulilatino (OR), costruita dai monaci camaldolesi in periodo medievale, arrivo finalmente ai resti del villaggio nuragico. L’ombra degli ulivastri mi da un po’ di sollievo dall’afa, con la Fuji XT-1 cerco di scattare qualche foto, ma non è semplice gestire le luci e le ombre troppo forti delle prime ore del pomeriggio. Indeciso tra bianco e nero e colore, alla fine opto per entrambi: dal punto di vista stilistico non ha molto senso e vengono fuori immagini banali e senza pretesa alcuna, come era scontato che fosse. E’ difficile entrare in quello stato di predisposizione mentale che favorisce la creazione artistica in fotografia, specialmente non essendoci più abituato. La visione è tutta da trovare, e non è questo pomeriggio il giorno giusto per farlo.

Lascio per ultima la parte più interessante della visita al santuario nuragico di Santa Cristina, e percorro un campo assolato, con le cicale che continuano senza sosta a offrirmi una armoniosa musica di sottofondo. Sottofondo mica tanto, visto il frastuono che fanno. Arrivo al pozzo sacro, le geometrie promettono bene già dall’ingresso ma non è ancora nulla rispetto alla discesa dei ripidi scalini che conducono all’acqua nel fondo della struttura.

Fantascienza.

Continuo a ripetermi questa parola mentre osservo stupefatto la perfezione della squadratura delle pietre in basalto e gli incastri sovrapposti. Tanta è la differenza di raffinatezza costruttiva del pozzo sacro rispetto ai nuraghi che non sembrano nemmeno opera delle stessa epoca. Che meraviglia!

© germinazioni

“…principesco è il pozzo di Santa Cristina, che rappresenta il culmine dell’architettura dei templi delle acque. È così equilibrato nelle proporzioni, sofisticato nei tersi e precisi paramenti dell’interno, studiato nella composizione geometrica delle membrature, così razionale in una parola da non capacitarsi, a prima vista, che sia opera vicina all’anno 1000 a.C. e che l’abbia espressa l’arte nuragica, prima che si affermassero nell’isola prestigiose civiltà storiche”

Giovanni Lilliu – “Nuovi templi a pozzo della Sardegna nuragica”, in Studi Sardi (1955-1957)