Re-starting point?

Come era prevedibile, i buoni propositi di agosto sono andati a farsi friggere. L’allenamento in questi due-tre mesi è stato molto incostante ma da cinque giorni ho ripreso. Visto che c’era brutto tempo (per la Sardegna, per lo meno…) ho iniziato a correre 6 km sul tapis roulant guardandomi una puntata di Better call Saul su Netflix dall’iPad, e la stessa cosa ho fatto due giorni dopo. Il giorno successivo mezz’ora sulla spin bike, dove ho fatto 10 km con grande stanchezza. Ieri mattina ho ripreso in piscina, e nel pomeriggio uscita in mountain bike.

Corr’e Cerbu è sempre splendido, nell’aria fresca del pomeriggio con la luce calda del sole che sta per tramontare. Passare in questi sentieri in mountain-bike e godersi questi paesaggi è un grandissimo privilegio.

Fotografie dal finestrino dell’aereo

Scattare fotografie dal finestrino dell’aereo è sempre una sfida persa in partenza. Il finestrino è spesso sporco, graffiato e costituito internamente da un pezzo di plastica che non si può propriamente definire nitido come una lente Zeiss. Per giunta l’altitudine appiattisce le immagini e bisogna risistemare tutto quanto in post-produzione con significativo aumento del contrasto.

Ma la partenza da Cagliari regala delle immagini di tale bellezza, con il mosaico di colori dello stagno di Molentargius e il mare azzurro del Poetto che non è possibile restare con le mani in mano. Soprattutto quando in mano si ha un iPhone 7 Plus che ha una discreta capacità fotografica grazie alla doppia lente.

L’arrivo a Milano Linate è stato meno fotogenico…

…mentre quello del volo successivo per Londra più interessante anche se la città è troppo grigia nonostante tutto il fotoritocco che si può applicare. Con un minimo di fantasia si riconosce anche la ruota panoramica sul Tamigi, ma è una immagine davvero tirata per i capelli…

Bitti 2017 – Autunno in Barbagia

Siamo stati due giorni a Bitti, per portare nostro figlio a vedere la mostra di dinosauri Bittirex. Abbiamo inoltre scoperto poco prima di partire che nello stesso fine settimana ci sarebbero state le Cortes Apertas in occasione della manifestazione Autunno in Barbagia. Ne ho approfittato per fare qualche foto, e qualche considerazione.

Il paese è in una bella posizione, circondato da una pineta e con i monti di Lula sullo sfondo. Non è nemmeno tanto piccolo, per gli standard della Sardegna. Questa sopra è una foto di Bitti scattata dal ristorante dell’albergo Su Lithu. Dove abbiamo mangiato molto bene e siamo stati accolti in maniera impeccabile, in una sistemazione di buon livello e buongusto. Assolutamente consigliato, anche per la gentilezza del personale.

Bellissimo questo ambiente, forse il migliore di tutte le Cortes visitate. Purtroppo non abbiamo avuto modo di tornare il pomeriggio a comprare un ottimo pane guttiau che veniva venduto all’interno. Alla prossima!

Le Cortes Apertas sono sempre una bella occasione per venire in contatto con frammenti, molto spesso troppo frammentati invero, della Sardegna più autentica. O forse mitizzata come tale. In realtà occorre mettere insieme diversi pezzi del puzzle per avere un quadro di insieme che non appaia troppo artefatto e “turistico” se non proprio “commerciale”.

Le geometrie dei cestini sardi sono sempre affascinanti e ipnotiche.

A Bitti, mi dispiace dirlo, ma non ci sono riuscito. Certamente ci sono state delle cose molto interessanti, e sono poi quelle che ho cercato di ricordare tramite queste foto, ma nel complesso il paese non ha una identità propria che lo distingua da troppi altri paesi della Sardegna privi di un proprio stile urbanistico e architettonico, di una propria memoria e di una propria identità precisa.

Questo disegno è bellissimo. Era appeso ad un muro quasi buttato là senza troppe pretese, ma mi piace tantissimo. Peccato non sapere chi sia l’Autore.

Sia ben chiaro che non si tratta di una critica, ma di una constatazione. Un po’ amara forse. Peraltro, giusto perché non sembri che si tratti di una questione di campanilismo, tengo a precisare che il paese dove abito non rappresenta una eccezione a questa regola. Anzi, semmai è ancora meno autentico dei paesini dell’interno, che in qualche modo, in qualche piccolo dettaglio, si sono ancora salvati dall’appiattimento e dal cemento selvaggio, per non parlare dell’incompiuto e degli intonaci non completati, delle case lasciate a metà e del pressapochismo generale che talora denota scarsa cura di casa propria e del senso del bello. La povertà ha avuto di certo un ruolo preponderante in tutto ciò, e si è pensato a sbarcare il lunario piuttosto che rifinire la propria abitazione. Si è fatto quello che si è potuto, indubbiamente. Ma oltre a questo temo che sia anche un problema culturale più vasto. Di arretratezza, in qualche modo.

Non parliamo poi della meraviglia delle geometrie e dei colori dei tappeti di Nule!

Forse la mia visione è distorta dall’approccio fotografico. I paesini tipici sono più belli da fotografare, ma gli abitanti di quei paesi non sono certamente comparse di Disneyland, e in quei paesi hanno vissuto le loro vite,  con i loro momenti di splendore e miseria, e fatto quello che hanno potuto. Di sicuro non hanno pensato a conservare il paese come doveva essere cinquant’anni fa soltanto per far contenti i turisti. O i fotografi della domenica come me. E come biasimarli?

Ed eccola qui, l’artista capace di produrre simili capolavori dell’artigianato locale.
Una foto in bianco e nero nel tentativo – fallito – di ricreare un minimo di atmosfera

Insomma, questa visita alle Cortes Apertas di Bitti è stata un po’ dominata da sentimenti contrastanti. L’autenticità l’ho trovata più nelle persone che nelle case, più nei discorsi che nel paese. E questo è stato molto importante. Bello è stato anche mangiare dell’ottima salsiccia e vitella appena arrostita, insieme a del pecorino ottimo, in una tavolata sotto i noci di un cortile, mentre un maestrale implacabile faceva volare tutto quanto. Alla prossima, Bitti. Torneremo, anche per visitare il santuario di Romanzesu e le altre ricche testimonianze archeologiche nuragiche della zona.

tutte le foto © germinazioni

Sfacchinate in MTB per fare qualche foto con l’iPhone

In questi giorni di vacanza ho proseguito gli allenamenti di MTB e di nuoto. Di correre ancora non se ne parla per via della distorsione alla caviglia di due settimane fa.

Ci sono due allenamenti in particolare di cui voglio parlare.

Primo allenamento

Il giorno di ferragosto, unico superstite con l’intera famiglia colpita e affondata dal solito – e ormai ha pure rotto le scatole, diciamocelo – virus gastrointestinale di metà agosto, ho deciso poco prima di mezzogiorno di uscire inopinatamente in MTB. Anche io non ero perfetto di stomaco, ma ho deciso comunque di fare qualche foto, cosa che avrebbe comportato un minimo di allenamento per arrivare a destinazione.

E alla faccia del minimo di allenamento! Appena varcato il cancello di casa, ho subito iniziato ad arrancare in una salita micidiale su sterrato con pendenze variabili tra il 7 e il 25%, che mi ha fatto schizzare in un attimo le pulsazioni fino a 167 bpm. Senza riscaldamento si è rivelata una botta micidiale.

“Se non vomito adesso, non vomito più” mi sono detto.

Non ho vomitato, e ho raggiunto una strada tagliafuoco che avevo percorso l’ultima una ventina di anni fa e che taglia orizzontalmente la montagna dietro casa mia, subito sotto il costone. Peccato solo che fosse ormai impraticabile: della vecchia carreggiata nella quale all’epoca poteva transitare senza problemi un fuoristrada è rimasto soltanto un sentierino serpeggiante largo poco più di una ventina di centimetri e contornato da cespugli di cisto e altre specie vegetali spinose non meglio identificate. Ma molto pungenti. Posso confermare.

Ho deciso comunque di passare, facendomi strada come meglio potevo e in alcune occasioni spianando il sentiero con la ruota anteriore. Mi mancava il machete ed ero a posto.

Con le gambe completamente graffiate, sono però alla fine arrivato in un paio di punti panoramici che sono valsi tutte le fatiche. Non mi ero portato appresso il supporto per la GoPro, e avevo con me soltanto l’iPhone 7 plus. Per quanto abbia un’ottima fotocamera per essere uno smartphone, resta pur sempre uno smartphone, ma del resto non avevo uno zaino adatto per trasportare la Fuji XT-1.

In fin dei conti, ecco qualche foto:

La fida Wilier poggiata alle rocce e con la spiaggia di Solanas sullo sfondo fa sempre la sua porca figura.

Qui invece un’altra foto della vallata e della spiaggia, con il promontorio di Capo Boi e la torre che appena si intravede.

Entrambe le foto sono state elaborate al volo con l’applicazione Snapseed per iPhone. Si vede che i colori non sono naturalissimi ma a me piacciono così. Perciò, fatevene una ragione.

Secondo allenamento

Oggi invece ho rimediato al cambio di programma di qualche giorno fa, e sono salito sul monte Minni Minni. Stavolta con andatura regolare e senza fare stupidaggini in salita. Temevo peggio, soprattutto con il poco allenamento e il monocorona con il 32 davanti, ma sono riuscito a fare in sella tutte le salite. E anche in questo caso il paesaggio è stato ampiamente meritevole di essere fotografato:

Un tornante particolarmente scenografico lungo il sentiero.

Sempre lei, la Wilier, fedele protagonista di queste avventure, con Villasimius e le sue spettacolari spiagge sullo sfondo.

… tanto per ribadire il concetto, ecco ancora questa perla del Sud Est Sardegna.

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Cimitero ebraico di Praga

Dal 1439 fino al 1787 oltre 100.000 persone sono state sepolte nel cimitero ebraico di Praga, fazzoletto di terra al centro del quartiere omonimo della città. La comunità ebraica di Praga, una delle più grandi d’Europa, non era autorizzata a seppellire i propri morti da altre parti, e per questo motivo si vide costretta a togliere le lapidi più vecchie per fare spazio a quelle nuove.

Al momento attuale si contano circa 12.000 lapidi di arenaria e marmo, fittamente stipate una affianco alle altre e di grande suggestione.

Ho fatto qualche foto a questo cimitero monumentale, direttamente in bianco e nero. Non sono venute un granché, le luci erano assolutamente piatte per via dell’ombra dei sambuchi, ma rendono un minimo l’idea.

Il cimitero ebraico è un luogo di alto impatto emozionale, ma niente in confronto con quello che si prova nella vicina sinagoga, le cui pareti sono completamente ricoperte dai nomi delle decine di migliaia di ebrei della città assassinati durante la seconda guerra mondiale.

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Gente di Sant’Efisio

La sagra di Sant’Efisio si svolge il primo maggio di ogni anno a Cagliari. Se abitate in Sardegna e per qualsiasi motivo non ci andate, è probabile che a casa vostra la televisione sia sintonizzata su Videolina per la diretta. Per lo meno, a casa dei miei genitori succedeva e succede così. Non che fossero particolarmente attaccati alle tradizioni isolane, ma Sant’Efisio è Sant’Efisio e bisogna per lo meno guardarla su Videolina.

Alla sagra vera e propria non ricordo siano mai andati, e non ricordo nemmeno che mi ci abbiano mai portato. Troppa gente, e impossibile trovare parcheggio. Immagino fosse questa la motivazione.

Non che io lo abbia mai chiesto. Fino a quando non mi sono appassionato di fotografia non mi era mai venuto in mente di andare a Sant’Efisio. Grosso sbaglio, perché è una bellissima festa. Almeno una volta nella vita bisogna andarci. Non dico se abitate in Groenlandia, ma se abitate in Sardegna è un vostro preciso dovere in quanto sardi. Fidatevi.

Io ci sono andato per la prima volta nel 2003, per fare foto. Povero illuso. Fare belle foto a Sant’Efisio non è uno scherzo. Iperinflazionato. Prevedibile. Difficile gestire le luci. Complicato isolare il soggetto dalla sfondo e soprattutto dal pubblico non fotogenico (la gente che guarda le sagre non è mai fotogenica, anzi è molto probabile che vi rovini irrimediabilmente la maggior parte delle foto).

Ma si sa, il fotografo è di solito un superbo. E’ convinto di saperla più lunga degli altri. Poi torna a casa e guardando le foto si rende conto di non aver fatto niente di che. Ma bisogna pur provare. Ed è raro tornare a casa delusi. Stancante, ma sempre una bella esperienza.

Motivo per cui ci sono tornato anche nel 2005, nel 2008 e nel 2010. In quest’ultima occasione addirittura con un pass ufficiale di fotografo, procuratomi da mia moglie che lo aveva avuto da una amica il cui padre aveva quell’anno non so quale ruolo nella sagra. Qualcosa di grosso comunque. Non dico il personaggio principale ma uno dei primi dieci, in ogni caso.

Questa sera avevo voglia di sistemare qualche foto, seppure in maniera molto improvvisata, ed eccone una piccola selezione. Poi vedrò in seguito di presentare un lavoro più omogeneo. O forse no, chi se ne frega. Questo blog lo guardano si e no una paio di visitatori al giorno. Quando va bene.

Ragion per cui dovranno accontentarsi. Altrimenti liberissimi di cambiare pagina. A me piacciono, tutto sommato. E visto che il blog è mio faccio quello che mi pare. Almeno qui, massima libertà.

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Alcune foto di animali nello zoo di Vienna

Lo zoo di Vienna (Tiergarten Schonbrunn) è uno dei più belli che mi sia capitato di vedere. Lo abbiamo visitato lo scorso settembre e ne ho approfittato per scattare qualche foto. Al volo come sempre. Fotografare in pochi secondi mentre si rincorre e controlla il proprio figlio cinquenne che corre entusiasta da un animale all’altro non è proprio quello che viene raccomandato nei principali manuali di fotografia.

Anche avere a disposizione la Fuji XT-1 con il solo 18-55 f/2.8-4, ovviamente senza treppiede perchè non ci sarebbe il tempo di posizionarlo, non è proprio il massimo per fotografare animali in uno zoo. Ho pertanto dovuto croppare anche parecchio le immagini, per avere un minimo di effetto di teleobiettivo, con risultati tra lo scarso e il modesto. Ma gli animali sono sempre belli a prescindere, per cui qualche foto selezionata la voglio qui presentare:

Zoo di Vienna
Zoo di Vienna
Zoo di Vienna
Zoo di Vienna
Zoo di Vienna
Zoo di Vienna
Zoo di Vienna

tutte le foto © germinazioni

Le fotografie di Dmitri Ermakov, una finestra sul Caucaso del 1800

Ho scoperto le fotografie di Dmitri Ermakov mentre ricercavo sul web informazioni su Vittorio Sella, strepitoso fotografo di montagna di cui ho già parlato in questo articolo. Entrambi pionieri della fotografia,  operarono nel Caucaso nella seconda metà del 1800, lasciandoci in eredità immagini memorabili e dall’enorme valore antropografico.

Photo: Dmitri Ermakov

La storia di Dmitri Ermakov

Nato nel 1846 a Tiflis, l’attuale Tbilisi in Georgia, dall’architetto italiano Luigi Caribaggio, prese poi il cognome del secondo marito della madre, una pianista di origine austriaca. Iniziò a fotografare a vent’anni durante l’acccademia militare e aprí un proprio studio fotografico a Tiflis. Soprattutto viaggió a lungo nel Caucaso, in Asia centrale e in Anatolia, documentando la vita delle diverse popolazioni della regione e immortalando le fortezze, le cittadine, i monumenti archeologici e i monasteri della regione. Eseguí anche molti ritratti di nobili, funzionari, religiosi e innumerevoli altre persone.

Photo: Dmitri Ermakov

Inutile dire che la tecnologia fotografica dell’epoca era ancora pionieristica, pertanto le fotografie di Dmitri Ermakov vennero realizzate con una grossa e pesante fotocamera che utilizzava lastre da 50×60 cm. Il trasporto di tale attrezzatura rendeva necessarie spedizioni con carovane di muli e campi tendati, con tutte le difficoltà che si possono soltanto immaginare durante i viaggi in queste zone remote e insidiose.

Photo: Dmitri Ermakov

Un talento subito riconosciuto

Le fotografie di Dmitri Ermakov comparvero ben presto nei giornali della Georgia e della Russia, ma la sua popolarità arrivó anche in Europa. A soli ventotto anni le sue opere vennero esposte alla prestigiosa mostra della Société française de photographie a Parigi, la più rinomata associazione fotografica dell’epoca, riscuotendo unanimi apprezzamenti.

Il successo fu tale che lo Sciá di Persia lo assunse come fotografo personale, e a Dmitri Ermakov vennero affidati numerosi lavori, anche discretamente remunerati. Fondamentale fu soprattutto l’incarico di documentazione fotografica commisionatogli dalla contessa Praskovya Uvarova della Società Archeologica di Mosca. Autentica pioniera della esplorazione archeologica del Caucaso, fece pubblicare a partire dal 1890 numerose fotografie di Dmitri Ermakov in una serie di cataloghi archeologici del Caucaso.

Photo: Dmitri Ermakov

Il triste destino attuale delle fotografie di Dmitri Ermakov

Alcune delle fotografie di Dmitri Ermakov, di enorme importanza culturale, etnografica e archeologica,  sono attualmente esposte nel Museo nazionale della Georgia, nonché nei musei di Mosca e San Pietroburgo. Si tratta tuttavia di un fotografo oggi pressoché sconosciuto, del quale non é stata realizzata alcuna mostra di spessore, libro o catalogo, tant’è che sono note soltanto di un centinaio di foto, su un archivio di oltre ventimila immagini. Quale ingiustizia!

Il Museo Nazionale della Georgia per carenza di fondi non ha purtroppo potuto restaurare e conservare adeguatamente le lastre originali, e parte delle fotografie di Dmitri Ermakov sono state svelate soltanto per vie molto contorte. In parte sono state scansionate da un pronipote di Ermakov, fotografo egli stesso a Mosca, e mostrate nel suo blog (se volete darci un’occhiata, tenete però presente che è scritto in cirillico).

Photo: Dmitri Ermakov

Molte altre immagini invece si devono a Rolf Gross, che insegnò fisica a Tbilisi negli anni’80 e divenne amico del direttore del museo. Questi gli consentì di prendere alcune stampe scartate da pubblicazioni di varia natura, con la promessa di non divulgarle in quanto sarebbe stato lo stesso museo a far conoscere le opere di Ermakov in maniera completa e strutturata. Cosa che però non è mai avvenuta, spingendo a quel punto Rolf Gross a pubblicarne alcune su un proprio sito, al fine di dar loro almeno una piccola parte della notorietà che esse meritano. Con la speranza che prima o poi la Georgia faccia conoscere al mondo il prezioso lavoro di questo grandissimo fotografo, ritratto nella immagine seguente:

Ed ecco alcune altre immagini memorabili, che ci catapultano indietro di duecento anni nella vita quotidiana del Caucaso, dell’Asia centrale e della Persia. Una galleria di personaggi straordinari.

Per cominciare, un arrotino e un suo cliente:

Un pescivendolo affetta un pesce:

Photo: Dmitri Ermakov

Un derviscio persiano (!):

Photo: Dmitri Ermakov

Carovana di cammelli giunti a Tiflis dalla Persia:

Zeli-Sultan, figlio dello Scià di Persia, per qualche misterioso motivo con indosso una uniforme austro-ungarica:

Photo by Dmitri Ermakov

Venditori di colbacchi:

Photo: Dmitri Ermakov