Moonshiner, un traditional folk riarrangiato da Bob Dylan

Ho visto qualche mese fa su Sky “I’m not there“, il biopic di Todd Haynes sulla vita di Bob Dylan, uscito nelle sale nel 2007. Film molto visionario e dalla costruzione particolare, che consiglio soltanto a chi conosce (e bene) la biografia dell’artista. Diversamente sarebbe impossibile cogliere i numerosi riferimenti e citazioni e il film sarebbe pressoché incomprensibile.

I'm not there soundtrack

Ma ancora più interessante del film è stata per me la colonna sonora di “I’m not there”. Raccoglie canzoni suonate da Dylan e altre reinterpretate da altri artisti: un brano che mi ha particolarmente colpito, anche se non al primo ascolto, è Moonshiner. Inciso da Dylan nel 1963, è stato pubblicato per la prima volta nel 1991 in “The Bootleg Series, Vols. 1-3 (Rare & Unreleased) 1961-1991 “. Nella colonna sonora del film il brano è ben interpretato da Bob Forrest, leader della band di indie rock dei Thelonious Monster.

This is one of those tunes that can really mess with my emotions. If I’m driving late at night and this comes on, it might make me feel sad. If I hear it and I’m at home in a good mood, it might just make me feel inspired to pick up the guitar and harmonica and do my best Bobby D impression.

“In honor of Bob Dylan’s 75th birthday: 5 deep cuts all fans need to hear”

Brano folk dalle origini ancora dibattute, secondo alcuni  Moonshiner è un brano irlandese poi diffusosi in America, secondo altri è un brano tradizionale americano che poi ha avuto fortuna in Irlanda. Le prime tracce risalgono agli anni’30, nelle registrazioni della cantante irlandese Delia Murphy, e si può presumere che sia questa la versione più attinente a quella originale, risalente a chissà quanti anni prima. E di cui non sono restate tracce. Inutile dire che si tratta di una melodia completamente diversa da quella che poi verrà incisa da Dylan diverse decine di anni più tardi.

Clicca qui per ascoltare la versione di Moonshiner di Delia Murphy (traccia 14), dall’album “If I were a blackbird”

deila-murphy

Bob Dylan riarrangiò il brano in maniera magistrale, e anche la sua esecuzione è considerata una delle migliori dal punto di vista vocale, come il suo più famoso critico, Greil Marcus, sostiene nel libro “Bob Dylan scritti: 1968-2010“:

“Prendo tutte le note” disse Dylan nel 1965, in risposta all’intervistatore che aveva nominato Caruso, “e se voglio riesco a trattenere il fiato tre volte tanto”.  Questa ballata degli Appalachi – cinque minuti di sospensione, singole note dalla gola del cantante e l’armonica trattenuta nell’aria come se lasciar scendere le note significasse dispensare morte – deve essere stata quello che aveva in mente.

I’ve been a moonshiner for seventeen long years
I’ve spent all my money on whiskey an’ beer
I go to some hollow and set up my still
If whiskey don’t kill me then i don’t know what will.

I’d go to some bar room and drink with my friends
Where the women can’t follow an’ see what i’ve spent
God bless those pretty women, i wish they was mine
Their breath is as sweet as the dew on the vine.

Let me eat when i’m hungry, moonshine when i’m dry
Greenbacks when i’m hard up, religion when i die
The whole world is a bottle an’ life’s but a dram
When a bottle gets empty, god it ain’t worth a damn.

I’ve been a moonshiner for seventeen long years
I spent all my money on whiskey an’ beer
I’d go to some hollow and set up my still
And if whiskey don’t kill me then i don’t know what will.

Copyright © 1991 by Special Rider Music

Sono stato un distillatore clandestino per diciasette lunghi anni
Ho speso tutto il mio denaro in whisky e birra
Vado in qualche fossato e preparo il mio alambicco
E se il whisky non mi uccide allora non so cosa lo farà

Andrò in qulache bar a bere con i miei amici
Dove le donne non possono seguirmi per vedere quel che spendo
Do le benedica quelle belle donne, vorrei fossero mie
Il loro respiro è così dolce come la rugiada sulle piante

Fatemi mangiare quando ho fame, fatemi bere whisky clandestino quando ho sete
verdoni quando sono senza una lira, religione quando morirò
Il mondo intero è una bottiglia e la vita nient’altro che un bicchierino di whisky
Quando una bottiglia è vuota state certi che non vale più un fico secco

Sono stato un distillatore clandestino per diciasette lunghi anni
Ho speso tutto il mio denaro in whisky e birra
Vado in qualche fossato e preparo il mio alambicco
E se il whisky non mi uccide allora non so cosa lo farà.

Traduzione di Michele Murino – Maggiesfarm

La remota Isola Macquarie dell’Oceano Pacifico

Ho deciso di scrivere questo blog per parlare delle cose più varie, ma che presentano curiosi collegamenti reciproci e rimandi, e oggi è il turno dell’Isola Macquarie. E da questo punto di vista, credo sia quasi impossibile parlare di un argomento più disparato che di questa remota isola dell’Oceano Pacifico, dispersa tra Nuova Zelanda e Antartide.

Mappa dell'Isola Maquarie

I pinguini dell’Isola Macquarie

Ho sentito nominare per la prima volta l’isola Macquarie in un libro di pinguini che ho sfogliato tante volte con mio figlio, quando ancora aveva un paio d’anni. I pinguini lo hanno sempre affascinato, e già da allora, peculiarità che ha conservato anche adesso che ha qualche anno in più, amava conoscere il nome esatto di tutti gli animali. Oltre ai più conosciuti Pinguino Imperatore e Pinguino reale, specie più esotiche erano rappresentate dal Pinguino delle Isole Galapagos o dal Pinguino di Adelia.

C’era però in questo libro una foto del pinguino che ci appariva il più misterioso ed esotico di tutti: il Pinguino dell’Isola Macquarie. Ed eccoli qua, con il loro ciuffo ribelle da rocker anni’80:

Pinguino dell'Isola Macquarie
(photo: Greg Stone, da http://www.antarctica.gov.au)

Cercando sul web qualche immagine dell’esotico pennuto, al momento della scrittura di questo articolo, ho scoperto che in realtà il Pinguino dell’Isola Macquarie non esiste. O per lo meno, non c’è una specie che si chiami in questo modo. Si tratta invece di pinguini reali dal ciuffo dorato, che nidificano esclusivamente su quest’isola.

Sia come sia, per me e mio figlio esisterà sempre il Pinguino dell’Isola Macquarie, come diceva la didascalia della foto nel libro che abbiamo sfogliato tante volte. E pazienza se nelle classificazioni dei naturalisti esso non sia contemplato.

Un po’ di storia…

Detto questo, a suo tempo non avevo idea di dove si trovasse l’Isola Macquarie, ma questo nome mi è rimasto impresso. Mi ha perciò incuriosito una notizia letta oggi nel giornale, nella quale si riportava che il governo australiano (al quale l’isola appartiene) ha deciso di smantellare a partire dal 2017 la stazione di ricerca scientifica dell’Australian Antarctic Division, in funzione dal 1948.

Lunga poco più di trenta km, fu scoperta casualmente nel 1810 dal navigatore australiano Frederick Hasselborough, in cerca di nuovi territori dove cacciare foche.

Il naufragio della "Gratitude" sull'Isola Macquarie
Il naufragio della “Gratitude” sull’Isola Macquarie, in una immagine del 1911 della First Australasian Antarctic Expedition di Frank Hurley (Photo: Mitchell Library, State Library of New South Wales)

Non che dopo la scoperta abbia mai goduto di chissà quale fama, come si può capire dalle dichiarazioni che seguono:

Quest’isola è il posto più tremendo che si possa immaginare dove trascorrere un esilio involontario, in schiavitù”

Capitano James Douglas – 1822

oppure, qualche anno dopo:

“Macquarie non offre niente che invogli a visitarla”

Sottotenente Charles Wilkes

Un secolo più tardi, il riscatto. Finalmente. Dichiarata “Santuario della natura” nel 1933 e “Patrimonio mondiale dell’umanità” dell’Unesco nel 1997, ospita centinaia di migliaia di pinguini e di elefanti marini, nonché svariate specie di uccelli marini e una trentina di ricercatori e scienziati.

Un ecosistema a rischio?

La dismissione della stazione di ricerca, motivata da ragioni economiche più che scientifiche, ha suscitato pertanto numerose polemiche. Si teme che senza di essa potrebbe calare il livello di attenzione sul fragile ecosistema dell’isola, già messo più volte a rischio a seguito della introduzione di specie esterne, quali topi, gatti e conigli. Tanto per dare un’idea, si conta che attualmente i conigli superino le 100.000 unità, e negli anni passati alcune specie endemiche sono state a rischio di estinzione per questo motivo.

L’Isola Macquarie, nella mia immaginazione, potrebbe a pieno titolo far parte di quelle “Lontane isole del vento” di Hugo Pratt, uno dei titoli più evocativi che abbia mai letto. In realtà quella era una storia ambientata nelle calde isole dei Mari del Sud. Altro nome strepitoso, che fa correre la fantasia.

L’Isola Macquarie è anche descritta nel bel libro di Judith Schalansky “Atlante delle Isole Remote” edito da Bompiani, opera suggestiva che sto leggendo con grande piacere.

isola-macquarie
(Photo: M. Murphy, tratta dalla pagina di Wikipedia.org dedicata all’Isola Macquarie)

Che cosa fotografare a Bologna? Tre errori da non ripetere

Che cosa fotografare a Bologna? E’ la domanda che mi sono fatto, da perfetto ingenuo, qualche giorno fa. E nel tentativo di rispondere a questa domanda ho commesso tre errori da non ripetere in futuro. Ma cominciamo con una necessaria premessa, altrimenti non ci si capisce nulla…

Una insperata opportunità …

Dalla nascita di mio figlio, ormai diversi anni fa, non avevo più fatto nessuna vera uscita fotografica. Per i non addetti ai lavori, per uscita fotografica si intende una sorta di estraniazione dallo spazio-tempo completamente dedicata ad un solo obiettivo: quello di fare foto.

Fotografare a Bologna #01

Per tale scopo di solito il fotografo si porta dietro tutta l’attrezzatura che ritiene utile, quasi sempre molto di più di quella necessaria, con la conseguenza di ritrovarsi poi stanco e indolenzito per il gran peso trasportato. Per di più, con la spiacevole sensazione di non aver sfruttato tutto l’armamentario a sua disposizione.

E non uso a caso questo termine, perchè una uscita fotografica in città, specie se dedicata al genere della street photography, è qualcosa per certi versi ricorda una missione di guerra. Zaino in spalla, obiettivi, filtri, batterie di riserve, acqua e viveri, e fotocamera sempre in mano per scattare foto a raffica, appostamenti furtivi e imboscate alle ignare prede. In fotografia e in guerra tutto è lecito.

Fotografare a Bologna #02

Questo genere di uscite fotografiche è quello tipico di molti fotografi, ed è quanto di peggio possa esistere. Si tratta di solito di persone che hanno un approccio superficiale alla fotografia, convinte come sono che l’attrezzatura sia tutto e che in virtù del fatto di possedere corpi macchina e obiettivi professionali le immagini che otterranno non potranno che  essere di pari livello.

Raramente hanno sfogliato qualche libro di fotografia e hanno una cultura dell’immagine limitata. Sono interessati per lo più a mostrare i loro capolavori ad amici e conoscenti, più ignoranti di loro in termini fotografici e dunque facilmente impressionabili, oppure a loro simili su forum web e social media, in una continua e acritica reciproca autocelebrazione.

Fotografare a Bologna #03

In passato non nego di avere fatto anche io questi sbagli, e in abbondanza, ma credevo fossero soltanto errori di gioventù.

E invece… ci sono ricascato come un fesso

Con scarso preavviso mia moglie mi ha chiesto di prendere un venerdì di ferie per accompagnarla ad un corso a Bologna, e nostro figlio è restato al mare con i nonni. Risultato: mi sono ritrovato ad avere un mezzo pomeriggio e due intere mattinate da dedicare anima e corpo alla fotografia. Incredibile ma vero.

Questa notizia inaspettata mi ha spiazzato e per questo motivo sono ricaduto nella sindrome dell’uscita fotografica, come sopra descritta. Immediata ansia da prestazione: che cosa fotografare a Bologna?

Da qui in poi ho iniziato a commettere diversi errori, e cioè….

Il mio primo errore: la ricerca di una scorciatoia

Ho cercato sul web proprio le parole chiave “Che cosa fotografare a Bologna?“, nella speranza di trovare qualche articolo che mi suggerisse le location migliori a cui dedicare le mie fatiche. Ovviamente non ho trovato granché di utile, se non una mera descrizione dei principali monumenti di Bologna e delle tipiche mete turistiche di questa meravigliosa città: Piazza Maggiore, San Petronio, la torre degli Asinelli e la Garisenda, etc.

Fotografare a Bologna #04

Lo spunto più originale sembrava potesse essere quello dei canali visibili dalla finestrella in via Piella. Figuriamoci.  Tutti posti a quali sono state dedicate migliaia di cartoline, dunque difficile sperare di tirare fuori qualcosa di buono.

Seguire questi consigli di visita della città non mi avrebbe di certo portato a scattare foto originali, ma ancora più da fessi sarebbe stato rinunciare a vedere le cose unanimemente ritenute più meritevoli e che non avevo mai visitato. Rinunciare a vedere Bologna per giocare a fare il fotografo: non avrebbe avuto alcun senso.

Fotografare a Bologna #05

Ho pertanto deciso di fare il classico giro turistico delle attrazioni principali, e allo stesso tempo ricercare qualche spunto fotografico interessante nell’anima pulsante della città. E da qui a commettere una altra fesseria il passo è stato breve…

Il mio secondo errore: la presunzione

Chiunque, tranne il sottoscritto, avrebbe intuito che ad andare a visitare i monumenti storici di Bologna avrebbe incontrato soprattutto turisti. I soliti, classici, noiosi turisti. Come me, del resto. Sempre uguali da tutte le parti. Infotografabili. Ed eccolo qui l’atto di presunzione: voler ricercare l’autenticità in mezzo ai turisti e pretendere di cogliere lo spirito di una città in poche ore.

Signore e signori, è arrivato a Bologna il genio della fotografia. In pochi scatti riuscirà a fare quello che migliaia di altri fotografi prima di lui non sono riusciti a fare, e con ben più a tempo a disposizione!

Fotografare a Bologna #06

Come era prevedibile, sono bastate poche decine di scatti per farmi capire che forse dovevo abbassare il tiro. “Lascia perdere l’originalità”. “Lascia perdere la ricerca della autenticità”. “Cerca di fare il meno peggio che puoi, e soprattutto goditi queste insperate e spensierate ore libere dedicate ad una tua passione“. Sono quindi entrato in uno stato d’animo più tranquillo, a metà strada tra la rassegnazione della consapevolezza dei propri limiti e la serenità zen di chi non ha più chissà quali aspettative e ansia da prestazione.

Fotografare a Bologna #07

Mi piacerebbe poter dire che da quel momento in poi ho cominciato a fotografare in maniera migliore, ma questo succede solo nelle favole. La realtà è che le foto hanno continuato ad essere molto mediocri, come si può vedere in questa stessa pagina, ma per lo meno mi sono divertito di più. Ed è questo quello che conta.

Il terzo errore: la scusa del poco tempo

Questa esperienza a Bologna mi ha anche fatto capire una cosa molto importante. In passato ho sempre pensato che il livello delle mie foto non fosse un granché per colpa di cause esterne. In primo luogo la mancanza di tempo. “Se avessi davvero tempo da dedicare alla fotografia, allora sì che tirerei fuori qualcosa di valore!”.

Ho fatto invece la scoperta dell’acqua calda. Ci sono voluti parecchi anni, ma meglio tardi che mai. Non è solo questione di tempo. O meglio, quella è solo una delle tante variabili. E’ vero che la fotografia richiede in primo luogo pazienza, attesa dell’attimo. Che molto spesso non arriva mai. E in questi casi avere tanto tempo a disposizione aiuta.

Nella maggiore delle volte però è un problema di visione, e l’atteggiamento mentale del fotografo risulta decisivo. E’ necessario sviluppare una certa predisposizione d’animo alla creazione artistica. Mettere da parte la razionalità e la programmazione. Massima apertura mentale.

Fotografare a Bologna #08

Non sapere dove guardare e cosa cercare preclude la possibilità di catturare qualcosa di interessante. Ma qualcosa di interessante accade solo di rado, e se non si è in grado di coglierlo è tutto inutile. Occorre in qualche modo amplificare la capacità di vedere e cogliere particolari altrimenti invisibili. Cosa difficilissima, per la quale ho tantissima strada ancora da fare.

Ho capito che mi manca una visione, e mi manca un progetto fotografico. Mi mancano le idee, e mi manca l’esperienza. C’è parecchio da migliorare, e le foto sono di livello mediocre, ma pur con questa aumentata consapevolezza continuerò ad esercitarmi e a divertirmi.

“La domanda che mi sono fatto è simile a quella che si fa qualsiasi turista con una macchina fotografica di fronte ad un paesaggio stupendo: la mia fotografia sarà in grado di comunicare un’esperienza che altri hanno già colto così bene? La risposta è quasi sempre no, ma uno ci prova lo stesso”.

Teju Cole – The New York Times Magazine

tutte le foto © germinazioni

Post scriptum: che poi a Bologna, qualche anno dopo, ci sono pure tornato a fare foto. E non mi sembra che abbia imparato granché nel frattempo.

Un’estate al mare

Un’estate al mare…. Ci può essere un titolo più banale di questo? Se non altro, sono banali anche le foto perciò siamo a posto. Stare a prendere il sole sdraiato nel lettino e tra un bagno e l’altro scattare qualche foto senza allontanarsi più di una decina di metri dall’ombrellone immagino non possa nemmeno essere considerato fotografare.

E comunque, ecco una piccola sequenza di 11 immagini, in un percorso virtuale che conduce in maniera più o meno intenzionale dai colori accesi delle prime foto fino ai toni più malinconici delle ultime, nel tentativo di raccontare una minima parte della mia estate 2016.

Tutte le immagini (tranne due realizzate con la GoPro Hero 4…ed è facile intuire quali) sono state scattate con la Fuji XT-1 e l’obiettivo 16-55/f2.8-4, spesso con il filtro polarizzatore. Color profile Velvia, qualche crop in alcune foto, ed editing al volo in Lightroom con la semplice applicazione di due preset: Direct Positive, nelle prime foto, e Hawaii Five-O nelle ultime. Perlomeno, mi pare di ricordare così. Non che abbia una qualche importanza, del resto, ma ci sono alcune persone malate di mente come me per le quali questi dettagli insignificanti possono suscitare un qualche inspiegabile interesse. Come se la fotografia fosse questo inutile disquisire di tecnica e non qualcosa di molto più profondo. Ma per adesso accontentiamoci, visto che di profondo in questa serie c’è soltanto in mare, e neanche più di tanto.

_DSF2379
_DSF2698
_DSF2686
GOPR9688
_DSF1997
_DSF1815
_DSF1633
_DSF2781
G0019720
_DSF2763
_DSF2767

tutte le foto © germinazioni

Furore, il capolavoro di John Steinbeck

Furore di John Steinbeck (“The grapes of wrath” nell’edizione originale) é il capolavoro della narrativa realista americana, pubblicato per la prima volta nel 1939 e vincitore l’anno successivo del Premio Pulitzer. L’ho finito di leggere qualche giorno fa: che gran libro!

Con una prosa asciutta ed efficace, che raggiunge il suo apice in alcuni capitoli più descrittivi di grande potenza suggestiva, Furore descrive le tribolazioni della famiglia Joad, costretta ad abbandonare l’Oklahoma per andare a cercar fortuna in California. Un libro fondamentale, pieno di fatalismo non rassegnato e grande dignità. E una miseria nera, che tutti dovrebbero conoscere per non dimenticare.

(La copertina dell’edizione originale di “The Grapes of wrath” della Viking Press. Photo: Carter Burden Collection of American Literature, Morgan Library & Museum)

“E manco Ma’ è un tipo tenero. Una volta ha pigliato a colpi di pollo un piazzista che faceva questioni. Ma’ aveva in una mano il pollo vivo e nell’altra aveva l’accetta per tagliargli la testa. Voleva colpire il piazzista con l’accetta ma si è sbagliata di mano e l’ha pigliato a colpi di pollo. Alla fine il pollo non siamo manco riusciti a mangiarlo. A Ma’ gli erano rimaste in mano solo le zampe. Nonno ha riso così tanto che s’è fatto uscire l’osso del fianco.” Furore di John Steinbeck

Negli anni trenta del secolo scorso i progressi nelle tecniche agricole, con la comparsa su larga scala di trattori capaci di svolgere il lavoro di decine di uomini, e le devastazioni del Dust bowl, le tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali, causarono la migrazione di oltre mezzo milione di americani. Un vero e proprio esodo di massa, mosso da disperazione e istinto di sopravvivenza, che diede origine alla più grande migrazione interna degli Stati Uniti.

“Dai, Tommy. Vedrai che ti viene facile raccontarti che li stai fregando, sdraiato lì in mezzo al cotone. E l’importante è quello che uno riesce a raccontarsi.” Furore di John Steinbeck

Gli Oakies, come dispregiativamente vennero chiamati, arrivarono in California affamati di terra e di lavoro, e non furono certo accolti a braccia aperte. Terra non ce n’è. Lavoro neppure. Tornate da dove siete venuti.

Con una moltitudine di disperati disposti a fare qualsiasi cosa pur di non morire di fame,  furono in tanti ad approfittare della situazione: le paghe crollarono, e ci si spaccava la schiena per sopravvivere fino al giorno dopo, nella speranza di tempi migliori. Tra i messaggi di Furore, la denuncia sociale dello sfruttamento dei lavoratori, da parte dei grandi proprietari terrieri e delle banche, è di fatto uno dei più importanti. Steinbeck, che risiedeva in California all’epoca dei fatti, fu un testimone diretto e sconcertato di questi avvenimenti, e per la creazione del romanzo prese spunto da una serie di articoli giornalistici che egli stesso pubblicò sul “San Francisco News”.

Copertina-Bompiani

Ho letto il libro, in formato ebook, nella nuova edizione Bompiani del 2013, con la traduzione di Sergio Claudio Perroni, basata sul testo integrale e dunque non rimaneggiata dalla censura americana e italiana dell’epoca. Questo di seguito è il passaggio certamente più radicale del libro, nel quale Tom Joad, uno dei principali protagonisti di questo racconto corale, dice alla madre:

“… io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. […] Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì.”  Furore di John Steinbeck

Il personaggio di Tom Joad diventò di primaria importanza nella cultura popolare americana. Fu interpretato da Henry Fonda nel celebre film di John Ford del 1940, vincitore di numerosi Oscar l’anno successivo (nelle due immagini sotto, la locandina di “The grapes of wrath” e una scena del film).

Woody Guthrie, uno dei più importanti cantanti folk americani, gli dedicò due canzoni all’interno del disco “Dust Bowl Ballads”, anch’esso del 1940, uno dei primi concept album della storia della musica popolare. Lo spirito di Tom Joad è stato poi magistralmente invocato nell’album “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen, del 1995, e nella splendida canzone omonima.

Il Santuario nuragico di Santa Cristina

Mai avevo sentite le cicale frinire così forte come nel Santuario nuragico di Santa Cristina: il loro suono sovrasta ogni altra sensazione, ed è la prima cosa che mi colpisce sotto il sole cocente di questo pomeriggio di luglio. Erano anni che mi ripromettevo di visitare questo sito archeologico, in cui ero stato durante una gita scolastica ma della quale serbo pochi ricordi.

Ad un passo dalla S.S. 131, la possibilità di visitarlo mi è sempre sembrata talmente semplice che ogni volta rimandavo a quella successiva. Stanchezza, fretta di tornare a casa, abbigliamento non adatto…. C’era sempre una scusa pronta. Questa volta però mi sono organizzato, e dopo una riunione di lavoro a Gavoi mi sono fermato in uno spiazzo lungo la statale: via l’abito, mi infilo una maglietta, un paio di pantaloncini corti e le vecchie scarpe da running.

Il sudore mi imperla la nuca, l’afa è soffocante. Le cicale continuano il loro concerto, ammutolendosi un istante soltanto quanto mi avvicino ai rami degli ulivastri per cercare di osservarle, e sembrano l’unica forma di vita in questi pezzo di Sardegna primordiale.

© germinazioni

Attraversato uno spiazzo nel villaggio cristiano, contornato dai muristenes utilizzati come alloggio per i pellegrini che si recano alla chiesa campestre di Santa Cristina di Paulilatino (OR), costruita dai monaci camaldolesi in periodo medievale, arrivo finalmente ai resti del villaggio nuragico. L’ombra degli ulivastri mi da un po’ di sollievo dall’afa, con la Fuji XT-1 cerco di scattare qualche foto, ma non è semplice gestire le luci e le ombre troppo forti delle prime ore del pomeriggio. Indeciso tra bianco e nero e colore, alla fine opto per entrambi: dal punto di vista stilistico non ha molto senso e vengono fuori immagini banali e senza pretesa alcuna, come era scontato che fosse. E’ difficile entrare in quello stato di predisposizione mentale che favorisce la creazione artistica in fotografia, specialmente non essendoci più abituato. La visione è tutta da trovare, e non è questo pomeriggio il giorno giusto per farlo.

Lascio per ultima la parte più interessante della visita al santuario nuragico di Santa Cristina, e percorro un campo assolato, con le cicale che continuano senza sosta a offrirmi una armoniosa musica di sottofondo. Sottofondo mica tanto, visto il frastuono che fanno. Arrivo al pozzo sacro, le geometrie promettono bene già dall’ingresso ma non è ancora nulla rispetto alla discesa dei ripidi scalini che conducono all’acqua nel fondo della struttura.

Fantascienza.

Continuo a ripetermi questa parola mentre osservo stupefatto la perfezione della squadratura delle pietre in basalto e gli incastri sovrapposti. Tanta è la differenza di raffinatezza costruttiva del pozzo sacro rispetto ai nuraghi che non sembrano nemmeno opera delle stessa epoca. Che meraviglia!

© germinazioni

“…principesco è il pozzo di Santa Cristina, che rappresenta il culmine dell’architettura dei templi delle acque. È così equilibrato nelle proporzioni, sofisticato nei tersi e precisi paramenti dell’interno, studiato nella composizione geometrica delle membrature, così razionale in una parola da non capacitarsi, a prima vista, che sia opera vicina all’anno 1000 a.C. e che l’abbia espressa l’arte nuragica, prima che si affermassero nell’isola prestigiose civiltà storiche”

Giovanni Lilliu – “Nuovi templi a pozzo della Sardegna nuragica”, in Studi Sardi (1955-1957)

“Every grain of sand”, una perla nascosta di Bob Dylan

Una perla nascosta nella discografia di Dylan, capace di emozionarmi ogni volta che la sento. “Every grain of sand“, nell’incisione contenuta nell’album “The Bootleg Series Volumes 1-3 (Rare & Unreleased) 1961-1991“, ha una freschezza e una suggestione che si ritrovano di rado da altre parti.

Nell’autunno del 1981 Dylan chiamò Jennifer Warnes per farle sentire una nuova canzone che aveva scritto e registrarla insieme. La Warnes, cantante cristiana che aveva piazzato alcuni successi da hit parade negli anni precedenti (e che qualche anno dopo fece incetta di Oscar, Grammy e Golden globe per il brano “The time of my life” del film “Dirty dancing – balli proibiti”), si presentò ai Rundown studios con tutta probabilità con una certa apprensione mista a perplessità.

Soltanto tre anni prima infatti, Bob Dylan, nato Robert Allen Zimmerman in una famiglia ebraica di Duluth in Minnesota, fece scalpore per la sua conversione a “cristiano rinato”.

I due album usciti in quegli anni, “Slow train coming” e “Saved”, denotavano una visione fondamentalista e intransigente della realtà che spiazzò la critica e il pubblico. La scelta apparve ancora più inspiegabile in un artista che, a partire dalla metà degli anni ’60, era diventato la leggenda vivente del rock per la sua poetica spesso anticonformista e la sua rivolta nei confronti di tutto l’establishment che lo avrebbe voluto, per comodità, etichettare di volta in volta come cantante di protesta, simbolo della controcultura giovanile, profeta del folk e chissà cos’altro.

Dylan fece sentire a Jennifer Warnes una sola volta il brano al pianoforte, dopodiché le chiese di registrarlo, senza darle il tempo di studiarselo con calma o di provarlo in alcun modo. Dylan non era nuovo a questo modo di lavorare, che lasciava spesso sconcertati i musicisti che lo dovevano accompagnare, ma ancora una volta fece il capolavoro.

Ne venne fuori un’incisione fenomenale, durante la quale, ad aggiungere improvvisazione all’improvvisazione, i cani di Dylan iniziano ad abbaiare amalgamandosi in maniera perfetta con la melodia e aggiungendo un ulteriore livello di profondità a questo brano, che altro non è se non un canto di gratitudine per tutta la meraviglia della vita, la potenza assoluta della creazione e il mistero che si cela dietro anche le più piccole cose, come appunto i granelli di sabbia del titolo.

In the time of my confession, in the hour of my deepest need
When the pool of tears beneath my feet flood every newborn seed
There’s a dyin’ voice within me reaching out somewhere
Toiling in the danger and in the morals of despair

Don’t have the inclination to look back on any mistake
Like Cain, I now behold this chain of events that I must break
In the fury of the moment I can see the Master’s hand
In every leaf that trembles, in every grain of sand

Oh, the flowers of indulgence and the weeds of yesteryear
Like criminals, they have choked the breath of conscience and good cheer
The sun beat down upon the steps of time to light the way
To ease the pain of idleness and the memory of decay

I gaze into the doorway of temptation’s angry flame
And every time I pass that way I always hear my name
Then onward in my journey I come to understand
That every hair is numbered like every grain of sand

I have gone from rags to riches in the sorrow of the night
In the violence of a summer’s dream, in the chill of a wintry light
In the bitter dance of loneliness fading into space
In the broken mirror of innocence on each forgotten face

I hear the ancient footsteps like the motion of the sea
Sometimes I turn, there’s someone there, other times it’s only me
I am hanging in the balance of the reality of man
Like every sparrow falling, like every grain of sand

Copyright © 1981 by Special Rider Music

Nel momento della mia confessione, nel momento del mio più profondo bisogno
Quando la pozza di lacrime sotto i miei piedi si allaga con ogni neonato seme
C’è una voce in agonia dentro di me che cerca qualcosa da qualche parte,
lavorando duramente nel pericolo e nella morale della disperazione.

Non ho l’inclinazione a guardare indietro ad ogni sbaglio,
come Caino, adesso scorgo questa catena di eventi che devo spezzare.
Nella furia del momento, riesco a vedere la mano del Signore
In ogni foglia che trema, in ogni granello di sabbia.

Oh, i fiori dell’indulgenza e l’erbaccia degli anni passati,
come criminali, hanno soffocato il respiro della coscienza e del buon conforto.
Il sole batte sui passi del tempo per illuminare la strada
Per affievolire il dolore dell’ozio e la memoria del declino.

Fisso attraverso l’entrata di affamate fiamme tentatrici
Ed ogni volta che passo da questa parte sento sempre il mio nome.
Poi avanti nel mio viaggio riesco a capire
Che ogni capello è numerato così come ogni granello di sabbia.

Sono passato dagli stracci alla ricchezza nel dolore della notte
Nella violenza di un sogno estivo, nel brivido di una luce invernale,
nell’amara danza della solitudine che svanisce nello spazio,
nello specchio rotto dell’innocenza su ogni viso dimenticato.

Sento gli antichi passi come il movimento del mare
A volte mi giro, e c’è qualcuno lì, a volte solo io.
Sono sospeso in equilibrio sulla realtà dell’uomo
Come ogni passero che cade, come ogni granello di sabbia.

Traduzione di Michele Murino (maggiesfarm.it)

(Premessa).. Dove accidenti voglio andare?

© germinazioni

Bella domanda…. Il blog Germinazioni nasce dalla voglia di condividere diverse cose, nessuna delle quali ha particolare senso se non per me. Non ha nessun motivo di esistere e probabilmente avrà vita breve, essendo ad alto rischio di estinzione per selezione naturale nello spazio infinito del web. Pieno di cose inutili e autoreferenziali come questa, che nessuno leggerà mai.

Voglio però fare un tentativo, ed è quello di mettere insieme, nel tempo, una serie di appunti, di impressioni e di frammenti della mia vita che nel complesso possano servire a rivelare, anche a me stesso, una parte del mosaico. E’ per questo motivo che ho chiamato “…un diario di viaggio” la homepage di Germinazioni.

Nutro la segreta speranza che un giorno le persone a me più care, ma anche chiunque altro, abbiano voglia di leggere qualcuno di questi articoli, e da essi prendere una qualche ispirazione: se qualcuno tra i semi che in questo sito verranno gettati avrà la fortuna di crescere e di germinare, sarà per me la gratificazione più grande.